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Un punto molto controverso della riforma costituzionale è l‘elezione del presidente della repubblica. In questo caso si lega la riforma costituzionale alla legge elettorale e quindi alla composizione del parlamento che potrebbe secondo i detrattori della riforma far sì che un solo partito possa eleggere con questa legge in vigore –Italicum– il capo dello stato da solo e con una manciata di voti.

Ebbene diciamo che si sente l’esigenza di modificare le modalità di elezione, infatti spesso l’elezione del presidente è stata molto traumatica. Ricordiamo le difficoltà nell’eleggere Antonio Segni (1962-1964) che venne eletto al 9° scrutinio grazie ai voti del Movimento Sociale Italiano e dei Monarchici; Giuseppe Saragat (1964-1971) dopo bene 21 scrutini ricordata come l’elezione più contrastata della storia repubblicana; Giovanni Leone (1971-1978) divenne presidente alla 23esima votazione con i voti decisivi del Movimento Sociale. Sandro Pertini (1978-1985) che sebbene la percentuale di voti l’82% rimane ancora la più alta della storia repubblicana è pur vero che solo al 16° scrutinio si arrivò alla soluzione, Pertini fu proposto all’assemblea da Bettino Craxi. Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999) fu eletto dopo 16 votazioni, ma molti ricorderanno che ci fu un’accelerata sull’elezione, che rimase in stallo per 15 votazioni, subito dopo la strage di capaci. Giorgio Napolitano II (2013-2015) appena 6 votazioni, ma fu una sconfitta totale dei partiti al parlamento non riuscire a individuare una personalità degna, tanto da chiedere a Napolitano di restare, molti, mai abbastanza, ricordano il suo durissimo discorso al Parlamento, inaugurando la stagione delle riforme cui il 4 dicembre sarà detta l’ultima parola. Sergio Mattarella (2015-in carica) solo quattro votazioni, ma la sua elezione mise fine al patto del nazareno che fino a quel momento stava reggendo tra alti e bassi, Forza Italia non condividendo il nome, lascia e cambia versione sulle riforme condivise, scritte e votate fino a quel momento.

Quindi come si vede era inevitabile toccare anche questo aspetto.

Oggi l’elezione avviene con il Parlamento in seduta comune e cioè un’assemblea composta da tutti i deputati, i senatori e i delegati regionali: 1009 persone in tutto. nei primi tre scrutini vi è bisogno della maggioranza dei 2/3 cioè 673 voti. Dal quarto la maggioranza assoluta dei componenti ovvero 505 voti.

Con la riforma cambia il numero dei componenti del senato e quindi cambia il quorum. Il parlamento in seduta comune sarà di 730 membri, non ci sono i delegati regionali in quanto il senato è già espressioni delle regioni. Nei primi tre scrutini sarà necessario raggiungere i 2/3, quorum: 487 voti. Dal quarto al sesto saranno necessari i 3/5 dell’assemblea quorum: 438 voti. Dal settimo in poi i 3/5 della maggioranza dei votanti effettivi, quindi il quorum è variabile. 

L’accusa è quello che un partito, ovviamente il PD che per alcuni non è l’acronimo di Partito Democratico ma di Partito Diabolico, in questo modo monopolizerebbe l’elezione del presidente della repubblica grazie al sistema elettorale vigente, l’Italicum.

Premesso che per far si che questo accada, uno le elezioni le deve prima vincere. Vediamo se queste accuse sono poi fondate:

Dunque mettiamo il caso che il Partito Diabolico vinca le elezioni e quindi alla camera avrà la maggioranza di 344 contro le opposizioni unite che avranno invece 286 voti, aggiungiamo il senato e mettiamo che siccome la composizione sarà variabile diciamo che anche li il Partito Diabolico abbia un’ampia maggioranza facciamo 60 senatori su 100. Dunque il conto è PD: 404, opposizioni unite: 326. Quindi come si può costatare seppur il partito fosse unito in un solo nome il quorum non può raggiungersi senza l’appoggio dell’opposizione o di buona parte di essa. Diverso il caso dalla settima votazione in poi ma dovrebbe esserci un esodo di massa che ci pare difficile si realizzi nella pratica.

Ma mettiamo il caso che invece il senato sia favorevole alle opposizioni e quindi il Partito Diabolico sia minoranza in quell’assise. Dunque capovolgiamo e assegniamo 60 senatori all’opposizione e 40 alla maggioranza. Avremmo quindi un parlamento in seduta comune con questi numeri: PD 384 – opposizione unita 386! Dunque come si vede può ben succedere che ci si trovi con il partito di maggioranza che può ritrovarsi a partire come minoranza nell’elezione presidenziale.

Insomma non ci pare che questa riforma porti alle degenerazioni che prospettano i fautori del No. Bisogna poi tener presente che le leggi elettorali possono modificarsi come si sa. Anche con la costituzione attuale poteva ben accadere che un partito possa monopolizzare tale elezioni, anzi la Democrazia Cristiana partito di maggioranza relativa per decadi lo ha spesso e volentieri fatto. Giustamente.


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al P.co De Lucia in Santa Maria a Vico (CE)

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