
La VII Commissione Ambiente della Regione Campania ha ascoltato i Comuni di Santa Maria a Vico e Durazzano, il Comitato Valle di Suessola per l’Ambiente, tecnici e legali. Al termine, secondo quanto riferito dal Comune di Santa Maria a Vico, la Commissione si è detta disponibile a istituire un tavolo permanente di confronto e monitoraggio.
Solo che di nuovo c’è ben poco: stessi ricorsi, stesso decreto regionale che ha escluso la VIA, stessa richiesta di annullamento in autotutela.
La domanda che manca
Nessuno chiede alla Regione, numeri alla mano, se quel sito sia davvero indispensabile!
Quanto costa il materiale che si vuole estrarre? Quanto costerebbe reperirlo altrove? Esistono siti alternativi con minore impatto ambientale e sanitario?
Se la risposta è che non convengono, che lo si dimostri con le cifre.
Sarebbe un confronto concreto, che metterebbe la Regione davanti a una scelta. Ripetere «la cava non si deve fare» senza una proposta alternativa vuol dire ribadire posizioni che tutti conoscono già.
La salute e la VIA
Il tema più delicato è la salute, ed è giusto che Comune e Comitato lo pongano.
Ma il punto è proprio questo: sul piano amministrativo, il decreto regionale richiamato dal Comune ha escluso il progetto dalla procedura di VIA. Chi contesta quella decisione sostiene invece che ci siano criticità e carenze nell’istruttoria.
Allora la richiesta, secondo noi, dovrebbe essere ancora più semplice: si mettano sul tavolo gli studi, le valutazioni tecniche, i dati ambientali e sanitari e si discuta tutto nel merito.
Perché è sui documenti che una questione del genere deve essere decisa, non sulle dichiarazioni.
Quanto a Moccia, fa il suo mestiere: se un sito è autorizzabile e conveniente, un’impresa prova a sfruttarlo.
Il problema non è l’impresa.
Il problema è capire chi ha deciso, sulla base di quali studi, con quali controlli e quali alternative siano state valutate.
Su questo la politica dovrebbe rispondere.
Un film già visto
Lo abbiamo già visto con la ferrovia Benevento-Cancello, la linea della Valle Caudina collegata a Napoli.
La storia delle scadenze è ormai lunga. Ogni volta un nuovo cronoprogramma, una nuova scadenza, un nuovo confronto.
E la ferrovia è ancora chiusa.
Ecco perché davanti a un nuovo «tavolo permanente» sulla Cava Durazzano ci viene spontaneo essere prudenti.
Se domani la cava aprirà, sentiremo dire «abbiamo fatto tutto il possibile»: ricorsi, audizioni e comunicati diventeranno una giustificazione preventiva.
Magari la verifica sugli atti dal 2009 porterà alla luce elementi che oggi non conosciamo, e il tavolo permanente cambierà davvero il corso della vicenda.
In quel caso scriveremo volentieri: «Abbiamo preso una cantonata sulla Cava Durazzano».
E sarà una bella notizia.
Per ora aspettiamo l’unica cosa che conta: non un’altra dichiarazione di intenti, ma un provvedimento. Un’autorizzazione revocata. Un ricorso accolto. Un’alternativa messa nero su bianco.
O, al contrario, l’apertura della cava.
Basta che sia un fatto.
Un tavolo permanente è il posto ideale dove far invecchiare un problema: c’è sempre qualcuno che si siede, e nessuno che si alza con una decisione.
