
Airola brucia: il fumo attraversa le valli e torna la domanda sui controlli
Ci sono immagini che non hanno bisogno di essere spiegate.
Una colonna di fumo nero che sale per centinaia di metri, si allarga nel cielo e viene spinta dal vento per chilometri.
Ieri, 31 agosto, quella colonna l’hanno vista in molti.
Il rogo è divampato nell’area industriale di Airola, in via Caracciano, all’interno di un sito di stoccaggio di rifiuti. Una nube enorme, tanto da essere visibile a distanza e da destare preoccupazione non soltanto ad Airola, ma anche nei comuni della Valle di Suessola e della Valle Caudina e nelle zone circostanti.
E questa volta, però, c’è un particolare che rende la vicenda decisamente più inquietante.
Quel sito, secondo quanto riportato dai media, era sotto sequestro.
Il sito aveva già visto intervenire negli anni scorsi i Carabinieri del NOE e l’ARPAC.
E allora la domanda viene quasi da sola:
Ma che cosa c’era ancora lì dentro?
L’ARPAC, intervenuta sul posto, ha avviato il monitoraggio degli inquinanti potenzialmente dispersi nell’atmosfera.
L’Agenzia regionale per la protezione ambientale ha attivato campionamenti per diossine, furani e policlorobifenili diossina-simili. Sono inoltre sotto monitoraggio biossido di azoto, biossido di zolfo, acido fluoridrico e ammoniaca.
I tecnici hanno rilevato, nelle prime osservazioni, che il materiale interessato dalla combustione era costituito prevalentemente da rifiuti plastici e carta stoccati in balle.
È un incendio che coinvolge rifiuti.
E quando bruciano rifiuti, soprattutto in quantità rilevanti, la domanda sulla qualità dell’aria non è allarmismo.
È semplicemente una domanda di buon senso.
E qui arriva il paradosso
Nel 2024 il sito della Eco Energy era già finito sotto sequestro preventivo.
E le ragioni riportate all’epoca da ARPAC e Carabinieri NOE non erano esattamente irrilevanti.
Durante i controlli erano state riscontrate, tra le altre cose, quantità di rifiuti enormemente superiori ai limiti consentiti, rifiuti stoccati in aree non autorizzate e, in alcuni casi, direttamente sul terreno, tipologie di rifiuti non consentite, un capannone di circa 2.000 metri quadrati ritenuto abusivo e persino l’assenza di adeguati presidi antincendio o di spazi sufficienti per la manovra dei mezzi di soccorso.
La giacenza di rifiuti, secondo gli accertamenti riportati nel 2024, era arrivata a essere decine di volte superiore al limite giornaliero consentito.
E allora viene spontaneo chiedersi:
com’è possibile che, a distanza di due anni, in quello stesso sito ci fossero ancora rifiuti in quantità tali da alimentare un incendio di proporzioni enormi?
Attenzione.
Non stiamo dicendo che il sequestro sia stato violato. Non stiamo dicendo che qualcuno abbia commesso un reato. Non stiamo dicendo che l’incendio sia doloso.
Stiamo dicendo che in questo Paese, troppo spesso, si pensa che con un pezzo di carta si possano risolvere i problemi.
Perché un sito sequestrato può ancora rappresentare un problema ambientale?
Questa è probabilmente la domanda più importante. «Sotto sequestro» non significa necessariamente «bonificato».
Un sequestro giudiziario non fa sparire magicamente i rifiuti presenti.
Se un impianto era stato sequestrato proprio perché presentava problemi nella gestione e nello stoccaggio dei rifiuti, la domanda su come sia stato mantenuto in sicurezza negli anni successivi non è soltanto legittima.
È doverosa.
Nel frattempo, però, il fumo non conosce i confini amministrativi
Ed è forse questo l’aspetto più assurdo.
Il rifiuto viene stoccato in un Comune. L’incendio scoppia in quel Comune. Ma il fumo non chiede il permesso al sindaco prima di attraversare il confine.
Le ordinanze adottate nelle ore successive dimostrano proprio questo. A fronte della nube, diversi Comuni hanno adottato misure precauzionali.
E adesso chi pagherà?
Questa è la domanda che ci interessa più di tutte.
Come troppo spesso accade quando si parla di ambiente, il conto rischia di arrivare ai cittadini.
Lo pagano i cittadini che devono chiudere le finestre. Lo pagano quelli che si trovano una nube di fumo sopra casa. Lo pagano i Comuni che devono attivare i propri sistemi di emergenza.
Lo pagano i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile chiamati a lavorare per ore in condizioni difficili. Lo pagano gli enti pubblici che devono effettuare monitoraggi ambientali.
E soprattutto lo paga, potenzialmente, la collettività quando un’emergenza ambientale produce conseguenze sulla salute o sull’ambiente.
Il punto non è soltanto spegnere l’incendio
Naturalmente adesso bisogna spegnere il rogo. Bisogna mettere in sicurezza l’area.
Ma dopo bisognerà fare qualcosa di ancora più importante:
Bisognerà ricostruire la storia di quel sito.
Soprattutto bisognerà capire se e come le criticità riscontrate nel 2024 siano state affrontate ed eliminate.
Perché se nel 2024 i controlli avevano già evidenziato problemi nello stoccaggio dei rifiuti e carenze anche sotto il profilo della sicurezza antincendio, il fatto che nel 2026 un incendio abbia coinvolto proprio quel sito merita una risposta pubblica seria e documentata.
L’ambiente non può essere amministrato soltanto quando prende fuoco
Questa vicenda dovrebbe servire anche a ricordare una cosa molto semplice. La tutela ambientale non comincia quando arrivano i Vigili del Fuoco.
E soprattutto con una domanda:
che cosa stiamo facendo oggi per evitare l’emergenza di domani?
Ieri ad Airola abbiamo visto il risultato finale di qualcosa che, invece, dovrebbe essere gestito molto prima.
Quante volte ancora dovremo aspettare che qualcosa bruci prima di accorgerci che i controlli dovevano essere fatti prima?

Provo ad immaginare come sia andata: il sito è stato sequestrato, le carte sono finite in tribunale e, con la consueta calma del sistema giudiziario italiano, si aspetta l’udienza del 31 febbraio 2028 per avviare il processo (sempre che gli avvocati si presentino e il giudice non rinvii ancora l’udienza).
Nel frattempo, nessuno tocchi quella collina di rifiuti tossici, mi raccomando! Dobbiamo prima svolgere il processo e poi si valuterà se e come spostare quella robaccia, dobbiamo prima accertare le responsabilità!
Intanto, un bel po’ di prove sono sparite con l’incendio, avvelenando la Valle Caudina e la Valle di Suessola dove ancora arriva una inquietante nebbia maleodorante. Ma questo ai giudici e a chi aveva la responsabilità di impedire questo disastro non importa. Loro abitano distanti dalla nube tossica.