
Continuiamo, anche oggi, a occuparci dell’incendio che ha devastato l’area di Airola e che ha coinvolto, direttamente o indirettamente, un territorio molto più ampio della sola Valle Caudina, arrivando a interessare la Valle di Suessola e altri comuni.
Lo facciamo, questa volta, partendo da una considerazione personale. Perché abbiamo l’impressione che questa vicenda possa rappresentare una vera e propria cartina di tornasole del modo in cui funziona il nostro Paese, tanto a livello nazionale quanto a livello locale.
Partiamo però da un dato positivo. Perché anche dentro una vicenda drammatica un elemento positivo c’è.
Da quanto emerso nelle ricostruzioni di questi giorni, il sito interessato dall’incendio presentava già da tempo una serie di problematiche e sarebbe stato oggetto di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, fino al sequestro.
Non entriamo, in questa sede, nelle ragioni che portarono a quel provvedimento né nelle responsabilità individuali, saranno gli organi competenti ad accertarle.
Ma un dato rimane.
I controlli, almeno in quel caso, ci sono stati.
Qualcuno ha rilevato che qualcosa non funzionava e l’autorità competente è intervenuta questo è un elemento positivo.
Il problema è che, evidentemente, il sequestro non è bastato a risolvere il problema.
Quando il controllo c’è, ma la soluzione non arriva
Una struttura sottoposta a provvedimenti perché presentava criticità non può semplicemente rimanere lì per anni, con quelle stesse criticità che continuano a esistere.
Soprattutto quando, secondo quanto emerso, erano presenti anche condizioni tali da rendere difficoltoso l’intervento dei mezzi di soccorso all’interno dell’area, a causa dell’accumulo di materiale.
Ed è qui che arriviamo al vero punto della questione.
Quando diciamo che qualcosa non funziona, non intendiamo certamente puntare il dito contro la magistratura.
Il problema è un altro e cioè i tempi e la frammentazione del sistema: ARPA, ASL, Comune, Regione, autorità giudiziaria, enti di controllo, uffici amministrativi, giudici e procure.
Ognuno ha le proprie competenze, i propri procedimenti, i propri tempi.
Tutto questo nasce anche da una precisa impostazione dello Stato italiano. La nostra Repubblica, dopo l’esperienza fascista, ha costruito un sistema fatto di pesi e contrappesi, proprio per evitare che troppo potere potesse concentrarsi nelle mani di un unico soggetto.
È un principio sacrosanto. Ma, come spesso accade, tra il principio e la sua applicazione concreta può esserci un abisso.
I pesi e i contrappesi non possono trasformarsi in una palude burocratica.
Perché quando tutti devono controllare, verificare, autorizzare, comunicare e decidere, il rischio concreto è che alla fine nessuno sia realmente responsabile di fare l’ultimo passo.
E così arriviamo al paradosso: un problema viene individuato, viene emesso un provvedimento, viene riconosciuta una criticità, ma poi passano gli anni e quella criticità rimane lì.
Fino a quando succede qualcosa. E quando succede qualcosa, parte inevitabilmente il grande gioco dello scaricabarile.
E a livello locale?
Qui il discorso diventa ancora più scomodo.
Perché non possiamo continuare a raccontarci che tutti i problemi delle nostre comunità arrivano sempre da Roma, dalla Regione, dal Comune o da qualche altro ente.
Una parte dei problemi delle nostre zone siamo noi stessi. Noi cittadini, innanzitutto.
Basta anche fare un giro in una qualsiasi area verde, in un parco o in una zona periferica per trovare rifiuti abbandonati di ogni genere.
E non parliamo soltanto dei grandi sversamenti.
Parliamo della carta buttata per terra. Della bottiglia lasciata sul marciapiede. Del sacchetto abbandonato dove capita. Dei rifiuti lasciati accanto ai contenitori.
E soprattutto di quella pessima abitudine che ormai sembra quasi normale: le buste dell’immondizia appese ai cancelli e lasciate in strada secondo modalità che nulla hanno a che vedere con il decoro di una comunità civile.
Poi possiamo anche raccontarci che la raccolta differenziata raggiunge percentuali elevatissime. Ma la differenziata non è una medaglia da appuntarsi sul petto, è uno strumento.
Se poi il territorio continua a essere sporco, se mancano cestini, se le aree verdi vengono utilizzate come discariche improvvisate e se non esiste una vera cultura del rispetto dello spazio pubblico, evidentemente qualcosa non funziona.
Il problema è anche la mancanza di una visione
Prendiamo, per esempio, le isole ecologiche. Non dovrebbero essere semplicemente luoghi dove portare ciò che non sappiamo dove mettere.
Dovrebbero essere uno degli strumenti di una vera politica di gestione dei rifiuti: raccolta, differenziazione, recupero, controllo, educazione e, dove necessario, sanzione.
Ma tutto questo presuppone una cosa molto semplice: programmazione. Ed è proprio qui che, troppo spesso, vediamo il grande limite della politica locale.
Non soltanto la difficoltà nel fare le cose. A volte sembra mancare persino una visione chiara di quali cose vadano fatte e come.
Si preferisce l’annuncio, la fotografia, il comunicato, la percentuale da esibire. Poi, però, la realtà quotidiana è un’altra.
E poi c’è il tema della criminalità
Sull’origine dell’incendio, al momento, non possiamo sapere se si sia trattato di un evento accidentale o doloso.
Saranno le indagini a stabilirlo.
Ma se dovesse emergere un’origine dolosa, e soprattutto se dovesse emergere un coinvolgimento della criminalità organizzata, ci troveremmo davanti a un ulteriore elemento di una situazione già estremamente delicata.
Non bisogna commettere l’errore di considerare la Valle di Suessola e i territori circostanti come una sorta di isola felice, estranea alle dinamiche della criminalità.
Non lo è!
La storia recente dei nostri comuni, compresi i provvedimenti di scioglimento per infiltrazioni della criminalità organizzata, dovrebbe essere sufficiente a ricordarcelo.
Questo non significa accusare qualcuno. Significa semplicemente non far finta che il problema non esista.
Tutti vogliono un colpevole. Noi vorremmo soprattutto che non accadesse più
In questi giorni è comprensibile sentire una domanda ripetuta continuamente: chi è il responsabile?
È una domanda legittima.
Se qualcuno ha commesso un reato, dovrà essere individuato e dovrà risponderne, possibilmente senza aspettare tempi biblici.
Ma fermarsi al colpevole sarebbe un errore, perché anche individuando il responsabile dell’incendio, rimarrebbe una domanda molto più importante:
come è stato possibile arrivare fino a questo punto?
Come è possibile che una situazione problematica possa essere individuata e poi rimanere irrisolta per anni?
Come è possibile che un sito sottoposto a provvedimenti continui a rappresentare una criticità?
Come è possibile che controlli e competenze non producano una soluzione?
E soprattutto: cosa dobbiamo cambiare affinché la prossima volta non ci sia un altro incendio, un’altra emergenza, un’altra nube, un’altra comunità costretta a chiedersi se l’aria che sta respirando sia sicura?
Questa dovrebbe essere la vera discussione. Non soltanto trovare chi ha acceso il fuoco.
Creare le condizioni perché quel fuoco non possa più partire.
Non possiamo più far finta di niente
C’è poi un altro aspetto sul quale sarebbe ora di smettere di scherzare.
Il nostro territorio ha da anni una percezione diffusa di essere particolarmente esposto a problemi ambientali e sanitari.
Non abbiamo intenzione di trasformare una percezione in una statistica che non possediamo. Dire che ogni famiglia abbia necessariamente avuto un caso di tumore sarebbe irresponsabile senza dati scientifici che lo dimostrino.
Ma proprio questa percezione dovrebbe essere sufficiente per pretendere dati, controlli, monitoraggi e trasparenza.
Perché sulla salute delle persone non servono fotografie, slogan o passerelle. Serve lavoro.
Un territorio è davvero virtuoso quando è pulito. Quando i rifiuti non vengono abbandonati, le aree verdi sono curate, chi sporca viene sanzionato.
Questo significa amministrare.
Il resto è comunicazione.
E di comunicazione, francamente, ne abbiamo già avuta abbastanza.
Se il problema è nazionale, allora i nostri amministratori locali facciano quello che possono fare: riuniscano i consigli comunali, approvino atti, chiedano risposte, coinvolgano i propri rappresentanti politici regionali e nazionali, mettano nero su bianco le richieste del territorio.
Anche un Comune, quando vuole, può fare pressione. Non dobbiamo aspettare che arrivi qualcuno a risolvere tutto dall’alto.
Non siamo in una monarchia assoluta. Siamo in una Repubblica. Non dobbiamo aspettare un re che decida per tutti e risolva i nostri problemi.
In una Repubblica il sovrano è il popolo. E allora è il popolo che deve pretendere che i propri rappresentanti facciano, prima di tutto, i rappresentanti. Devono farsi carico delle istanze dei cittadini, portarle nelle sedi istituzionali, chiedere risposte, pretendere interventi.
E quando non hanno direttamente gli strumenti per intervenire, devono diventare pungolo, pressione, voce del territorio nei confronti di chi quegli strumenti li possiede.
È necessario avere la volontà di esercitare fino in fondo il ruolo che si è scelto di ricoprire.
E anche noi cittadini abbiamo una responsabilità.
Non possiamo lamentarci soltanto quando arriva la nube di fumo, quando l’acqua diventa marrone, quando una strada è piena di rifiuti o quando scopriamo che un problema esisteva da anni.
La democrazia non è soltanto votare ogni cinque anni. È controllare, chiedere, pretendere, PARTECIPARE!
Dopo Airola non possiamo semplicemente tornare alla normalità.
La normalità, se quella normalità ci ha portato fin qui, è esattamente ciò che dobbiamo cambiare.
