
Siamo nella settimana sanremese.
Quella in cui l’Italia intera, anche chi giura di non guardarlo “da vent’anni”, finisce per sapere tutto del Festival della Canzone Italiana 2026.
E sì, anche se fuori cascasse il mondo — e non è un’iperbole campata in aria, perché di questi tempi l’imprevedibile è diventato routine — per una settimana scelgo di concentrarmi su Sanremo.
Qui sul Pungiglione, per sette giorni, parlerò solo di musica. Di canzoni, testi, arrangiamenti, scelte artistiche, retroscena, conduzione, classifiche già contestate prima ancora di essere lette. Perché Sanremo non è solo spettacolo: è costume, è identità nazionale. E vale la pena trattarlo con la dovuta attenzione e anche perché mi piace.
La musica e il festival è competizione, certo. È business, anche. Ma resta arte, interpretazione, gusto.
Come già il mio Lettore avrà notato, lascio il plurale maiestatis perché appunto ora si parla di musica non politica. La politica la tratto con severità perché deve reggere il peso della realtà e delle scelte che incidono nella vita delle famiglie. La musica la tratto con rispetto perché deve reggere il peso dell’emozione.
Per chi vuole continuare a seguire le “umane cose”, l’appuntamento con l’analisi politica resta nella mia rubrica settimanale su giornalenews.it.
Qui, invece, per una settimana si canta. Si ascolta. Si discute. Si applaude o si boccia.
Ma senza dimenticare che, in fondo, Sanremo è quella strana cerimonia laica in cui un Paese intero si specchia per cinque sere e finge che sia solo intrattenimento. E bene così.
Non vediamo l’ora cominci.