
Domenica siamo ritornati dalle vacanze, ma a livello di blog è come se non fossimo mai partiti, vista la raffica di eventi politici e giudiziari che ha travolto Santa Maria a Vico.
Abbiamo trascurato, nostra culpa, alcuni passaggi politicamente rilevanti e cerchiamo di rimediare con questo articolo.
Partiamo da Città di Idee, che accusa la presidente del Consiglio comunale Rossella Grieco di scorrettezza istituzionale per aver deciso di mettere ai voti un’interpellanza del gruppo stesso, avente a oggetto gli intendimenti futuri dell’Amministrazione nel gestire la crisi istituzionale.
Una procedura che, a detta dell’opposizione, è anomala e senza precedenti: fino a oggi, interrogazioni e interpellanze, una volta protocollate, sono sempre state discusse in aula senza necessità di votazione.
E in effetti, se le cose stanno come riferisce Città di Idee, si tratta di un passaggio molto irregolare e ostativo delle prerogative dei consiglieri comunali.
L’interpellanza, ricordiamolo, è uno strumento di controllo, non deliberativo: il consigliere interpellante può dichiararsi soddisfatto o meno della risposta, ma non si vota nulla.
Inoltre, la conferenza dei capigruppo non è un organo deliberativo, bensì consultivo e di coordinamento: non può quindi sottoporre a voto, neppure in forma “simbolica”, l’inserimento di atti nell’ordine del giorno.
Il regolamento comunale parla espressamente del “diritto dei consiglieri di presentare interpellanze”: un diritto, per definizione, non può essere sospeso o annullato da una votazione, men che meno in conferenza capigruppo.
Il gruppo Città di Idee lamenta anche l’atteggiamento del capogruppo di maggioranza, Affinita, che avrebbe condizionato le scelte della Presidente con toni eccessivamente pressanti.
Con tutto il rispetto, il capogruppo De Lucia avrebbe potuto reagire con maggiore prontezza: se Affinita impone il ritmo, tocca all’opposizione non ballare al suono del suo tamburo.
La cosa assurda e che Città Domani 2.0 in un comunicato che vorrebbe smentire l’opposizione invece conferma le cose dette da Città di Idee.
La parte più surreale, però, arriva dal comunicato di Città Domani 2.0: nel tentativo di smentire l’opposizione, il gruppo finisce per confermarne i contenuti.
Nel testo, infatti, non si nega affatto la votazione sull’interpellanza, ci si limita a precisare che “la conferenza non aveva carattere deliberativo ma consultivo”.
Benissimo — ma allora che senso ha votare una cosa che non si può deliberare?
Dire che “nessuna decisione definitiva è stata presa” è un’arrampicata sugli specchi, anche perché lo stesso Consiglio può in ogni momento modificare l’ordine del giorno, come già accaduto di recente.
La reazione di De Lucia, che ha abbandonato la riunione, a nostro avviso non è affatto pretestuosa: è un atto dovuto. Restare sarebbe equivalso a convalidare una votazione che si ritiene irregolare.
Il nervosismo della maggioranza è comprensibile, vista la situazione, ma non può spingersi fino al punto di calpestare le regole basilari della dialettica consiliare.
Intanto, la conferenza dei capigruppo ha fissato (o meglio: previsto) il Consiglio comunale per il 14 novembre 2025, quando probabilmente il Riesame si sarà già pronunciato — e da lì potrebbero scaturire scenari nuovi, tra dimissioni o clamorosi ritorni in aula di sindaco, vicesindaco e consigliere di opposizione.
In questo clima surreale, notiamo che nell’ordine del giorno compare effettivamente l’interpellanza di Città di Idee, protocollo n. 23608/2025, sugli intendimenti dell’Amministrazione nella gestione della crisi istituzionale.
Nel frattempo si inserisce anche il consigliere indipendente Carmine De Lucia, che chiede dimissioni collettive “per un atto di dignità verso la cittadinanza”.
Richiesta legittima, ma curiosa: De Lucia ha condiviso la linea di questa Amministrazione per anni, è stato assessore anche nei momenti più controversi, e ha scoperto la vocazione critica solo dopo l’uscita dalla Giunta — episodio reso ancora più emblematico dalla polemica nata intorno a una torta con il simbolo di Forza Italia.
Noi lo scriviamo da mesi: le dimissioni di questa maggioranza non sono un gesto, ma un obbligo.
Non (solo) per le vicende giudiziarie, che seguiranno il loro corso, ma per l’evidente fallimento politico e amministrativo.