
La seconda serata del Festival si è aperta con l’avvio di Sanremo Giovani. Quattro artisti si sono esibiti sul palco dell’Ariston, presentati da Federico Gazzoli, con Carlo Conti che per qualche minuto ha ceduto simbolicamente lo scettro. A conquistare la finale sono stati Filippucci e Angelica Bove.
Peccato per Mazzariello: giovane artista davvero valido, con personalità e scrittura interessante. Dispiace non vederlo in finale, ma aver calcato quel palco è già un segnale. È uno di quelli che potrebbero dire la loro nei prossimi anni. La finale è prevista stasera: vedremo chi riuscirà a prendersi il titolo.
Toccante il momento personale di Gazzoli, che ha ricordato la madre scomparsa da poco, sottolineando come non abbia potuto vederlo su quel palco. E diciamolo: se per un cantante Sanremo è una consacrazione, per un presentatore è qualcosa di enorme. È il coronamento di un percorso.
Entrando nel vivo della serata, è stata nel complesso più godibile rispetto alla prima. Artisti più rilassati, meno tesi, brani più fruibili. Anche la conduzione è sembrata più sciolta e allegra, complice la presenza di Lillo e Pilar Fogliati, che hanno portato leggerezza senza scivolare nel caos.
Non sono mancati momenti di riflessione, come l’esibizione del coro dell’Anffas. E accanto a questo, un momento che potremmo definire di orgoglio nazionale: la presentazione delle atlete Lollobrigida e Vittozzi per celebrare gli atleti italiani protagonisti delle ultime Olimpiadi invernali. Trenta medaglie, record storico. Una manifestazione che ha mostrato una capacità organizzativa che l’Italia ha sempre avuto, anche se noi italiani abbiamo questo sport parallelo di buttarci fango addosso, mentre altri Paesi con molto meno si autocelebrano per anni. Ogni tanto riconoscere che siamo stati bravi non è reato.
Spazio anche all’omaggio con il premio alla carriera a Fausto Leali. A 82 anni è ancora in tournée negli Stati Uniti: carriera straordinaria, riconoscimento meritato. Qui Conti ha fatto centro.
Momento ricordo anche per Ornella Vanoni che è stata una grandissima della musica italiana. Bello anche il fatto che a ricordarla attraverso la canzone Eternità sia stata la nipote Camilla Ardenzi. Meno bello il fatto che tutto sia avvenuto oltre la mezzanotte.
Toccante e molto il momento in cui Achille Lauro, altro co-conduttore, ha cantato Perdutamente, omaggio alle vittime di Crans-Montana.
Capitolo ascolti: niente drammi. Nove milioni e 58% di share alla prima serata non sono numeri da buttare. Però rispetto agli ultimi anni una flessione c’è. E la spiegazione è sempre la stessa: se le canzoni non tirano, Sanremo non tira. L’anno scorso i brani erano più centrali, più forti, e il pubblico è rimasto fino alla fine. Quest’anno il livello medio sembra più tiepido. Non disastroso, ma nemmeno esplosivo.
Qualche ritocco negli arrangiamenti si è notato: la canzone di Bambole di pezza più veloce e ritmata, finalmente con un’anima più pop-rock che melodica. Nayt, dopo l’incertezza della prima serata con quasi un vuoto di memoria, si è riscattato con un’interpretazione solida.
Sorprende Chiello: bel testo, buona intensità, una delle proposte più convincenti. Continua a piacere anche Ditonellapiaga, con una canzone più cantata che parlata — cosa rara in mezzo a tanti brani che sembrano editoriali musicati.
L’introduzione del voto popolare ha rimescolato le carte: fuori Fulminacci e, a sorpresa, Ditonellapiaga; confermati Fedez e Massini. Dentro Tommaso Paradiso — seguito forte, ma brano e interpretazione non irresistibili — e dentro anche i giovani Nayt, LDA e Aka7even, dentro pure Ermal Meta: buone canzoni, nulla che probabilmente resterà nella storia, ma un pubblico ce l’hanno.
In sintesi: seconda serata promossa. Più scorrevole, più viva, meno ingessata. Ora però serve la scintilla. Perché alla fine, possiamo girarci attorno quanto vogliamo, ma Sanremo vive e muore sulle canzoni.
Buttando un occhio sulle quotazioni al momento: Fedez e Masini sono dati al 26% di chance di vittoria, segue Brancale al 23% e Arisa al 13%.
