
Diciamolo subito: quest’anno a Sanremo si parlava parecchio campano. Anzi, parecchio napoletano. Tra artisti in gara, ospiti, citazioni e perfino il passaggio di testimone in conduzione, sembrava quasi un’edizione con il Vesuvio sullo sfondo.
Ma andiamo con ordine.
La trasmissione: più fumo che spettacolo
Prima ancora delle canzoni, due parole sulla macchina televisiva. Non è stata un’edizione memorabile. Regia a tratti confusa, scaletta sfilacciata, momenti poco collegati tra loro. Si è avuto spesso l’effetto “pezzi incollati” più che di racconto unitario.
Sono tornati i famosi “pipponi” – e quando tornano, lo fanno senza bussare. L’intervento di Vincenzo Schettini, per esempio, è sembrato fuori fuoco: discorso sui social come “droga” pronunciato da chi sui social ha costruito la sua fortuna. Un minimo di autocritica avrebbe dato spessore. Così è suonato più come una predica che come una riflessione.
Anche il momento sulla violenza sulle donne: tema sacrosanto, ma piazzato a mezzanotte e quarantacinque. Se credi davvero in un messaggio, lo metti alle 22.30, non quando metà pubblico sta combattendo contro Morfeo.
Tra le cose riuscite, l’amarcord di Max Pezzali dalla nave Costa Toscana: operazione nostalgia semplice ma efficace. E giusto il premio alla carriera ai Pooh, anche se – diciamolo – il palco Ariston era più indicato.
Momento assurdità l’entrata in scena di Bocelli addirittura a cavallo.
Il passaggio di consegne: incoronazione in diretta
Momento storico il passaggio tra direttori artistici già nella finale, con l’incoronazione di Stefano De Martino. Giovane, ambizioso, già alle prese con una conduzione che per molti segna una carriera.
Presentare è una cosa. Fare anche il direttore artistico è un’altra bestia. Lì si misura davvero la visione. E lì inizieranno i dolori.
Le canzoni: piatte nel complesso, non singolarmente
Il vero problema? Le canzoni, prese tutte insieme.
Singolarmente c’erano punte interessanti, ma l’effetto generale è stato quello di una “soporifero musicale”: tutto livellato, poche vere esplosioni. Al primo ascolto molti brani contratti, al secondo già meglio. Il meccanismo dell’inedito pesa, certo, ma è anche l’essenza stessa del festival.
Tra le cose che hanno funzionato:
- Ditonellapiaga, addirittura terza e premiata: crescita costante.
- La coppia anomala Fedez / Marco Masini, che sulla carta sembrava un esperimento di laboratorio e invece ha portato a casa un quinto posto solido.
- Arisa: voce enorme, conferma totale.
- Le Bambole di Pezza, straordinarie nella serata cover.
- Maria Antonietta e Colombre, raffinatezza pura.
- Chiello, identità fortissima.
- Serena Brancale, sorprendente in una veste più istituzionale.
- Fulminacci, premio al miglior testo meritato.
Sottovalutato Leo Gassmann: posizione bassa che non rende giustizia a un brano che potrebbe vivere molto meglio fuori dall’Ariston. Perché Sanremo si vince davvero dopo, tra streaming e radio.
Note dolenti?
Tredici Pietro: tanta energia, poca sostanza.
Francesco Renga: stesso schema di sempre, effetto déjà-vu.
E poi lui: Sal Da Vinci
La vittoria che nessuno aveva previsto sul serio.
Brano inizialmente quasi meme, preso con leggerezza. Ma lui ha fatto la cosa più semplice e più difficile: si è divertito davvero. Interpretazione serena, coinvolgente, senza forzature. È scattata la simpatia, ma non solo: è scattata l’empatia.
La canzone non è un capolavoro assoluto, c’erano pezzi più strutturati. Però è immediata, riconoscibile, memorizzabile. E questo vale oro.
Prossima fermata: Eurovision Song Contest
All’Eurovision questo tipo di brano può funzionare, soprattutto per quell’aria old style che all’estero piace parecchio quando arriva dall’Italia.
Ma attenzione: se vai lì con lo stesso staging di Sanremo, finisci in fondo alla classifica. Serve un’idea forte, una messa in scena che amplifichi il pezzo. Lì non basta la canzone, serve lo spettacolo. Lucio Corsi docet.
Chiudiamo così: un Sanremo non memorabile sul piano musicale e televisivo. Napoli protagonista, passaggio generazionale compiuto, vincitore inatteso.
E alla fine, comunque, mi sono divertito. Perché parlare di musica – in un mondo che sembra voler andare a rotoli – resta una delle poche cose sane.
Ci rivediamo a maggio. Eurovision chiama.