
Oggi parliamo delle elezioni americane. Ogni tanto parlare di massimi sistemi ci piace.
Ne parliamo non perché riteniamo che le elezioni in Usa possano cambiare sostanzialmente la politica estera italiana, anche se in quanto non esistente una politica estera italiana il punto di riferimento rimane l’Europa e gli Usa, ma perché ci fa molto sorridere vedere la solita diatriba italica sul comunismo e fascismo.
Infatti, chi di politica non capisce niente e men che meno di quella americana, tende a fare questo passaggio: Trump esponente repubblicano è simbolo della destra e del fascismo, Harris è invece esponente democratico simbolo di sinistra e comunismo.
A parte il fatto che bisognerebbe interrogarsi seriamente sul fatto che esistono ancora comunismo e fascismo in Italia, in Usa proprio questa cosa non esiste.
Sia Trump che Harris sono esponenti di un pensiero che potremmo definire di destra “moderna” cioè nazionalista, non a caso Repubblicani e Democratici un secolo fa erano lo stesso partito poi si sono scissi.
La differenza se vogliamo in politica interna in termini di giustizia e sicurezza è praticamente identica, la Harris ad esempio ha affermato che tutti hanno diritto ad avere una pistola. Le differenze magari più importanti sono in termini di politica economica. I Repubblicani infatti ritengono che lo Stato deve essere meno invasivo a differenza dei Democratici che hanno una certa attenzione a tematiche sociali. Dal punto di vista sociale pure non vi sono grandi differenze, ad esempio il tema diritto all’aborto che è stato pure centrale in questa campagna, nessuno lo ha messo in dubbio, ma bensì, tolto il folklore trumpiano, se questo fosse un tema da lasciare al singolo stato da gestire o se invece fosse un tema da federazione. In politica estera o Trump o Harris cambia assolutamente poco o nulla. I tre grandi scenari di tensione come guerra Russo-Ucraina, Israele-Hamas e la tensione Cina-Taiwan, al massimo per il primo scenario se dovesse vincere Trump si avrebbe forse un minore contributo in termini di risorse e mezzi per gli ucraini, ma se dovesse vincere Harris non si avrebbe un maggiore contributo, ma lo status quo. Per quanto riguarda gli altri scenari non cambierebbe nulla! L’appoggio a Israele per motivi di carattere storico è bypartisan e per quanto riguarda Taiwan è una questione di carattere economico e di sfere di influenza.
Bisogna tener presente che gli americani a differenza di noi italiani non votano la persona salvatrice della Patria cui riversano sogni e speranze ma bensì un pensiero politico, oggi come oggi più attento alle questioni economiche. Molti Repubblicani ad esempio non amano Trump per il suo essere grezzo e sostanzialmente un idiota con i soldi, ma lo votano in quanto sono certi che il pensiero politico repubblicano in termini economici non verrà stravolto, anzi sarà rispettato. Dal lato dei Democratici non sono pochi che non vorrebbero votare Harris in quanto la vedono, come si direbbe in Italia, un po’ radical chic, a cercare più il consenso di persone influenti e famose che non quello della classe operaia notoriamente più vicina al partito dell’Asino rispetto a quello dell’Elefante.
Chi vincerà dunque? Difficile dirlo visto che sono davvero vicini e tenendo contro del particolare sistema elettorale. Brevemente, non sono i cittadini a eleggere il presidente degli Usa, ma sono gli stati che hanno un numero di voti a disposizione a seconda della popolazione. Gli Stati però seguono le indicazioni dei cittadini con la regola che chi vince prende tutto il malloppo di voti che ha quello stato a disposizione. Ad esempio lo stato della California ha a disposizione 54 voti, se la Harris dovesse vincere pure di un 50,01% si prenderebbe tutti i 54 voti dello stato.
Quindi per essere eletti presidente bisogna raggiungere quota 270 voti. Al momento nessuno dei due ha questo risultato in tasca ci sono ben 7 stati in bilico che potrebbero dare la vittoria all’uno a all’altro: Nevada, Michigan, Wisconsin, Pennsylvania, Arizona, Georgia, Carolina del Nord. Se i sondaggi saranno rispettati e quindi nessuna sorpresa e tolto il Nevada ininfluente, ad Harris basterebbe vincere in tre stati mentre Trump ha bisogno di vincere in quattro stati per raggiungere la quota suddetta.
Noi si fa il tifo per Harris, non per questioni politiche, non ce ne frega nulla di chi vince, ma per vedere cosa faranno gli elettori delusi di Trump e certamente cosa farà Trump stesso. Avremo un nuovo e più organizzato assalto alle istituzioni democratiche degli Usa? Nel caso affermativo, stavolta ci sarà una risposta delle forze dell’ordine?
Una cosa però siamo quasi certi, essendo una elezioni che si decideranno veramente sul filo di lana non escludiamo riconteggi dei voti in più di uno stato con lo slittamento della proclamazione del vincitore pure di qualche settimana.
Inoltre, se dovesse vincere Harris sarebbe la prima donna presidente degli Usa che di questi tempi non è proprio cosa da sottovalutare.