giorni
ore minuti secondi
fino a
PUNGIGLIONE D’ORO

Ci sono storie giudiziarie che nascono già stortine e poi finiscono nel crollare come un castello di carte.
È più o meno quello che è successo nel caso che coinvolge Andrea Pirozzi, Veronica Biondo, Giuseppe Nuzzo, Marcantonio Ferrara. Sono state rese note le motivazioni del Riesame.
Il Tribunale del Riesame di Napoli ha annullato — completamente — l’ordinanza del GIP del 6 ottobre. Domiciliari, carcere, accuse pesanti di voto di scambio politico-mafioso: sparito tutto.
Il castello accusatorio: tanto fumo, zero arrosto
Il Riesame lo dice in parole che non lasciano spazio ai dubbi:
« l’inesistenza dell’intesa per il procacciamento dei consensi elettorali».
Tradotto: quello che si pensava ci fosse, in realtà non c’è.
Il nodo centrale era il presunto aggancio con il Clan Massaro.
I giudici facciano notare che:
- l’ultima prova certa di appartenenza mafiosa di uno degli altri indagati «risale al 2003»;
- per altri addirittura «non si è mai concretizzata alcuna sussistenza indiziaria di tale natura».
Se la base del reato è che qualcuno “fa parte della mafia”, e tu non riesci a dimostrare nemmeno quello… diventa complicato sostenere il 416-ter.
Le “utilità”: accuse che evaporano
La narrazione accusatoria parlava di assunzioni, lavori, favori, chioschi.
Ma secondo i giudici:
- molte vicende sono «assolutamente insussistenti»;
- altre «non sono più previste come reato».
Sull’assunzione di Iannone, presentata dalla procura come esempio di favore illecito, la sentenza è chirurgica:
«non si evince alcun abuso della qualità o dei poteri»
e soprattutto è «del tutto svincolata da ogni rilevanza camorristica».
Insomma: non c’è corruzione, non c’è metodo mafioso.
C’è solo un tizio che cercava lavoro e un sindaco che, banalmente, prova ad aiutarlo.
Le intercettazioni? Raccontano un’altra storia
Gli atti parlano chiaro: non c’è nessuna soggezione, nessuna pressione, nessuna promessa.
Il Riesame dice che manca «qualsiasi elemento che consenta di stabilire una concorsualità… finalizzata alla condotta contestata».
E anzi, emerge l’esatto contrario:
Ferrara sbatte porte in faccia, respinge richieste, chiarisce limiti: “io non ti posso fare niente”, “se mi vuoi votare, mi voti”.
Il Tribunale lo sottolinea definendo il comportamento di Marcantonio Ferrara «uno sbarramento netto» rispetto alle pretese dell’altro indagato, Domenico Nuzzo.
Cinque anni dopo, perché ancora misure cautelari?
I giudici stroncano anche la parte sulle esigenze cautelari:
i fatti sono “risalenti al settembre 2020 e al marzo 2021”,
senza che in tutto questo tempo sia comparso «alcun elemento che deponga per la continuità dei rapporti».
E per Ferrara arriva pure la stoccata finale:
«si è dimesso dalle cariche… recidendo ogni legame amministrativo».
Insomma: nessuno sta rifacendo nulla, nessuno ha commesso altro, nessuno è pericoloso.
Morale della favola
Il Riesame ha messo nero su bianco:
l’impianto accusatorio era un castello costruito sull’interpretazione della polizia giudiziaria, non sui fatti.
E quando gli atti li leggi davvero, succede questo:
Mancavano prove di metodo mafioso, intimidazioni, promesse, pressioni… insomma, gli ingredienti base del reato.
Una sentenza che non chiude solo una misura cautelare, il Riesame non fa sconti e lo dice chiaro:
il GIP ha copiato e incollato blocchi dell’informativa senza analizzare le intercettazioni che dicevano l’esatto contrario.
Una decisione che restituisce un principio tanto banale quanto necessario:
la giustizia non può farsi trascinare dalla narrativa, ma solo dai fatti.
E qui i fatti non c’erano.
Il risultato è un “liberi tutti” che non fa rumore solo perché ormai ci siamo abituati alle ordinanze che si sciolgono al primo grado di controllo.
Ma la domanda resta: chi ripaga il danno di un’accusa così pesante costruita su fondamenta così fragili?
Ricordiamolo che a causa di tutto questo è svanita la candidatura di Veronica Biondo per le regionali. A causa di questo ci sono state delle dimissioni di consiglieri in consiglio comunale che oggi si presenta senza un’adeguata rappresentanza dei cittadini, visto che opera con un membro in meno.
C’è stata un’attenzione mediata enorme anche a livello nazionale.
Forse oltre alla sacrosanta indipendenza della magistratura si dovrebbe iniziare seriamente a parlare di sanzioni disciplinari per i giudici che sbagliano in questo modo, ci mancava solo che il Riesame scrivesse al Gip: “ma che è cumbinat!?”
Noi siamo contenti certamente di questa decisione così netta nel dispositivo, anche se una parola fine non è ancora stata emessa, perché riteniamo che questa amministrazione deve cadere per mano di un giudice soltanto che è il popolo. Un’amministrazione che deve cadere non perché lo dice un giudice o per una vicenda giudiziaria ma per la incapacità cronica e totale dimostrata.
Noi abbiamo chiesto prima di queste vicende le dimissioni dell’amministrazione, le abbiamo chieste durante e le chiediamo pure adesso. Sono l’unica via per ristabilire un minimo di dignità politica.