
C’è un profumo nuovo oggi nell’aria, anzi di antico. Sa di legna tagliata, di cenere, di decisioni prese in fretta quando si tratta di togliere, molto meno quando si tratta di costruire.
L’amministrazione comunale di Santa Maria a Vico, con una puntualità quasi chirurgica, è riuscita nell’intento di eliminare gli ultimi alberi di alto fusto che ancora resistevano in piano. Resistenti, sì, perché ormai per sopravvivere qui bisogna esserlo davvero. E mentre si completa l’opera in basso, anche le colline cominciano a uniformarsi: bastano un paio di incendi fatti come si deve.
Naturalmente verrà spiegato che erano alberi malati, pericolosi, inevitabilmente destinati all’abbattimento. E sia chiaro: nessuno mette in dubbio che qualche pianta possa essere arrivata a fine corsa. Sarebbe persino ingenuo farlo. Così come siamo pronti a credere, che verranno sostituiti. Il problema, semmai, è capire con cosa. Perché l’esperienza insegna che al posto di alberi veri, adulti, capaci di fare ombra e abbassare la temperatura, arrivano stuzzicadenti urbani che, se tutto va bene, inizieranno a fare ombra nel 2056. Sempre che nel frattempo qualcuno non decida che anche loro danno fastidio.
Santa Maria a Vico ha questa straordinaria capacità di immaginarsi come una piccola Bolzano del Sud, con tanto di spazi “riqualificati”, dimenticando però un dettaglio non proprio marginale: il clima. Qui d’estate non si passeggia tra brezze alpine, ma si sopravvive a temperature africane, con strade e piazze che diventano roventi. E allora si eliminano le poche zone d’ombra rimaste e poi ci si stupisce — con sconcerto — se le piazze non sono più vissute come una volta. Forse il problema non sono i cittadini che “non escono”, ma le condizioni in cui dovrebbero farlo.
Quando si tratta di tagliare, l’azione è rapida, decisa, quasi esemplare. Quando invece si tratta di costruire, completare, dare forma, il tempo si dilata in maniera misteriosa. Prendiamo il PalaSamav: una promessa, un miraggio. Sempre poi che Giove Pluvio non si metta a fermare i lavori, in Scozia, dove piove trecentosessanta giorni l’anno, dovrebbero vivere ancora nelle caverne. E invece, sorprendentemente, riescono a costruire lo stesso.
Salutiamo dunque questi alberi eroi che hanno resistito tutti questi decenni donando ombra e refrigerio e forse anche un nido agli uccelli che hanno allietato le mattine e le giornate con le loro melodie rendendole meno grigie. Piccole cose, certo. Ma evidentemente superflue.
Noi sappiamo solo che maggio si sta avvicinando e speriamo che anche questo venga messo nel conto dei cittadini.