
A cent’anni dalla fondazione “burocratica” del Napoli del 1926 – perché la storia del calcio napoletano nasce in realtà qualche anno prima – è stata presentata la maglia celebrativa del centenario.
A molti tifosi è piaciuta. A noi, invece, ha lasciato una sensazione piuttosto strana.
Diciamolo subito: dopo alcune anticipazioni temevamo l’ennesima trovata sopra le righe, una di quelle operazioni di marketing fine a se stesso. Invece non è così. La maglia non ci entusiasma. Il gagliardetto a bordi dorati stampato sul petto dà quasi l’impressione di una toppa applicata sopra la divisa più che di un elemento perfettamente integrato.
Probabilmente, però, il gradimento dei tifosi non nasce tanto dall’aspetto estetico quanto dal ritorno del primo storico emblema dell’Associazione Calcio Napoli fondata nel 1926 per volontà di Giorgio Ascarelli. Emblema, tra l’altro, che più che vederlo, lo si intuisce.
Ed è proprio qui che nasce il nostro dubbio.
Speriamo sinceramente che si tratti soltanto di una parentesi celebrativa, perché, se proprio vogliamo parlare di tradizioni e di scaramanzia, quel simbolo non ha mai portato particolare fortuna.
Il Corsiero è bellissimo da un punto di vista artistico: uno splendido cavallo rampante poggiato su un pallone da calcio. Nulla da dire.
Il problema è ciò che rappresenta nella storia del Napoli.
Nel 1926 nasce la Divisione Nazionale, il primo grande campionato che mette finalmente a confronto in maniera stabile le migliori squadre del Settentrione e del Meridione. L’entusiasmo a Napoli è enorme. La stampa dell’epoca alimenta aspettative altissime e lo stesso Ascarelli è stato uno dei maggiori sostenitori di questa svolta calcistica.
La realtà, però, fu durissima.
Il Napoli concluse il campionato con un solo punto, frutto di uno 0-0 contro il Brescia, chiudendo all’ultimo posto e retrocedendo. Solo una successiva decisione federale consentì agli azzurri di essere riammessi, ma anche la stagione successiva fu estremamente complicata.
Fu proprio in quei mesi che nacque il mito del “Ciuccio”.
I tifosi napoletani, molto più autoironici di quanto siano oggi, osservando quel magnifico stallone rappresentato nello stemma dissero che la squadra assomigliava molto di più a un asino malandato che a un cavallo di razza. Pare addirittura che il riferimento fosse un asino realmente esistente, appartenente a un venditore ambulante, noto per il suo aspetto tutt’altro che fiero.
Nel 1928 anche il Guerin Sportivo contribuì alla diffusione delle mascotte calcistiche, invitando i tifosi a scegliere un animale rappresentativo della propria squadra.
Ed è importante fare una distinzione: il Corsiero rimase il simbolo ufficiale del Napoli. Il Ciuccio, invece, nacque come mascotte popolare. Se proprio vogliamo essere precisi a sostituire il corsiero è stata la N napoleonica che è ancora il simbolo attuale del Napoli.
Ma da quel momento successe qualcosa di curioso.
Quando il Ciuccio cominciò ad apparire a bordo campo e a diventare parte integrante dell’identità popolare del Napoli, la squadra iniziò anche a vincere. Nel giro di pochi anni arrivarono risultati sempre migliori, fino a conquistare addirittura il terzo posto nel campionato italiano.
Da allora il Ciuccio, oltre a essere simpatico, è diventato anche un simbolo di fortuna.
Con il passare degli anni, inoltre, smise di essere soltanto una mascotte per trasformarsi esso stesso in uno dei simboli del Napoli.
E il Corsiero?
La sua storia, purtroppo, continua a essere accompagnata da eventi tutt’altro che felici.
Pochi mesi dopo la fondazione dell’Associazione Calcio Napoli morì improvvisamente Giorgio Ascarelli, il suo fondatore. Nel 1944 la società si sciolse e fu rifondata immediatamente dopo la guerra.
E la coincidenza più recente non è passata inosservata.
A distanza di appena un giorno dalla presentazione della nuova maglia celebrativa con il ritorno del Corsiero è arrivata la notizia dell’indagine che coinvolge Aurelio De Laurentiis e il figlio Luigi nell’ambito di una vicenda giudiziaria. Naturalmente vale sempre la presunzione d’innocenza e sarà la magistratura ad accertare ogni responsabilità. Potrebbe anche non esserci alcuna conseguenza. Ma, se vogliamo restare sul terreno della scaramanzia, viene da dire che questo simbolo continua a non sembrare particolarmente fortunato.
Per questo motivo confessiamo di preferire il vecchio e caro ciuccio.
Non soltanto per ragioni storiche.
L’asino è un animale nobile nella tradizione cristiana: fu scelto da Gesù per il suo ingresso a Gerusalemme ed è l’animale che la tradizione vuole presente nella mangiatoia di Betlemme.
Inoltre il ciuccio è diventato definitivamente simbolo del Napoli anche attraverso alcune delle maglie più belle della sua storia, come quella con la “N” stilizzata che disegnava la testa dell’asino, ancora oggi ricordata con affetto da moltissimi tifosi.
Certo, i tempi cambiano.
L’autoironia che caratterizzava il tifoso napoletano degli anni Venti oggi sembra lasciare spazio, in alcuni casi, a una visione molto più orgogliosa, al limite della supremazia della razza napoletana, e meno incline a scherzare su se stessa. È comprensibile, quindi, che uno stallone sembri più affascinante di un asino.
Noi, però, restiamo affezionati al ciuccio.
Perché racconta meglio l’anima di Napoli: quella capace di rialzarsi dopo le sconfitte, di sorridere dei propri difetti e, soprattutto, di trasformare un insulto nel simbolo più amato della propria identità.
E, se proprio dobbiamo affidarci alla scaramanzia, forse è meglio non sfidare la storia.