
Dobbiamo ammetterlo: su questa vicenda abbiamo peccato di ritardo. Meritava maggiore spazio, perché parla di tesori, soldi pubblici e trasparenza. Tutti temi centrali.
Il rappresentante cittadino del Partito Democratico, Giulio Morgillo, sta pubblicando da giorni sulla sua pagina Facebook una sorta di diario delle “mancanze” dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Guida.
In una di queste puntate, Morgillo solleva una questione tutt’altro che banale: che fine ha fatto il “tesoro” di Arienzo? Parliamo di beni di alto valore storico-artistico, finora custoditi presso il Banco di Napoli (oggi Intesa San Paolo), e poi trasferiti – a quanto pare – presso una ditta privata.
Lo stesso Morgillo ha inviato una PEC al Comune, ricevendo una risposta che, più che chiarire, lascia basiti.
Il trasferimento dei beni, infatti, sarebbe stato deciso dopo una telefonata – sì, una telefonata – con la banca, la quale avrebbe riferito di non poter più custodire i beni poiché il Comune non è più correntista.
Segue un affidamento da 45.000 euro a una società privata. Come sia stata scelta? Non è dato saperlo. È la prima che ha risposto al telefono? Ne sono state valutate altre? Mistero.
E la cifra? Da dove salta fuori? È stato fatto un inventario dei beni? Ne conosciamo davvero il valore artistico, culturale, simbolico? La risposta ufficiale tace.
A peggiorare il quadro, una polizza assicurativa da 7.500 euro, di cui non si conosce né la copertura né i criteri di sottoscrizione.
Insomma, il solito pasticcio suessolano. Davvero Arienzo – che ha avuto la sensibilità di dedicare un museo a Giacomo Furia – non riesce a trovare una stanza, una teca, un minimo spazio per rendere fruibili al pubblico dei beni che appartengono all’intera comunità?
La speranza è che nulla vada perso. Anche se resta il paradosso: per sapere dove stanno i beni pubblici, un cittadino deve fare accesso agli atti. Mentre per spostare, affidare e spendere soldi pubblici, basta una telefonata.