
Abbiamo già votato.
No, non è un errore: vivendo in Francia abbiamo ricevuto con anticipo il nostro plico elettorale e abbiamo già potuto esprimere il nostro voto. E sì, abbiamo messo la croce sul sì.
Perché? Il motivo, a ben vedere, è piuttosto semplice.
Ancora una volta, di fronte a una riforma — qualsiasi riforma — questo Paese sembra incapace di discutere nel merito. Il dibattito scivola immediatamente nella solita caricatura: da una parte il fascismo, dall’altra il comunismo. Nel 2026 siamo ancora qui. Non che fascismo e comunismo siano categorie storiche da archiviare con leggerezza, tutt’altro. Ma trasformare ogni provvedimento in una battaglia ideologica di questo tipo significa semplicemente evitare la discussione vera.
Come cantava Giorgio Gaber, “cos’è la destra, cos’è la sinistra”. Oggi verrebbe quasi da aggiungere: cos’è il fascismo, cos’è il comunismo, nel dibattito pubblico contemporaneo?
Veniamo allora al punto.
Questa riforma costituzionale renderà la giustizia italiana perfetta? No.
La giustizia ora funziona perfettamente? No.
Il punto centrale è un altro: la percezione di imparzialità.
Un cittadino che entra in un tribunale deve essere certo — senza ombra di dubbio — che il giudice davanti a lui sia terzo e imparziale. È un principio che sta alla base dello Stato di diritto. Ma come può apparire realmente terzo un giudice che appartiene allo stesso ordine del Pubblico Ministero, con cui condivide carriera, percorsi professionali e talvolta anche correnti interne?
In Italia esiste infatti una dinamica particolare: la magistratura si autogoverna attraverso organismi nei quali esistono vere e proprie correnti. Non chiamiamoli partiti, ma il funzionamento ricorda molto quello. Ideologie, gruppi organizzati, equilibri di potere. Tutto perfettamente legittimo in un contesto politico. Un po’ meno rassicurante quando si tratta di amministrare la giustizia.
Facciamo un esempio semplice.
Due squadre di calcio scendono in campo. Non c’è l’arbitro. Che si fa? Si prende l’arbitro da una delle due squadre? È esattamente la sensazione che può provare un imputato entrando in aula.
La separazione delle carriere nasce proprio da questa esigenza: rafforzare la percezione — oltre che la sostanza — della terzietà del giudice.
Poi c’è il tema del Consiglio Superiore della Magistratura. Con la riforma si andrebbe verso due CSM distinti e verso una Alta Corte disciplinare che si occupi delle sanzioni nei confronti dei magistrati. A qualcuno può sembrare una struttura complicata. A noi, francamente, sembra una conseguenza logica.
I magistrati sono esseri umani e possono sbagliare. È inevitabile. Ma esistono anche casi in cui gli errori non sono semplicemente errori. Il caso Luca Palamara ha mostrato con una chiarezza imbarazzante quanto possano essere opachi certi meccanismi interni alla magistratura. E la sensazione diffusa è che, alla fine, pochi abbiano davvero pagato.
Chi decide della libertà, della reputazione e talvolta della vita delle persone esercita uno dei poteri più delicati di una democrazia. Un livello più alto di responsabilità non è uno scandalo, ma è il minimo sindacale.
Quanto al sorteggio per la composizione degli organi interni, si può discutere all’infinito se sia la soluzione migliore o meno. Ma nasce da un intento preciso: ridurre il peso delle correnti e dare a tutti i magistrati la possibilità di partecipare alla gestione dell’ordine giudiziario. Non è detto che funzioni alla perfezione, ma è un tentativo.
E poi c’è un aspetto quasi paradossale.
Molte delle argomentazioni oggi usate contro questa riforma sono state sostenute, negli anni passati, anche da esponenti dell’attuale opposizione. Non a caso diversi parlamentari del Partito Democratico hanno dichiarato apertamente che voteranno sì.
Perché allora questa opposizione così netta? La risposta, temiamo, è piuttosto semplice: opposizione politica al governo. Non una discussione sul merito della riforma.
Lo abbiamo già visto in passato. Basti ricordare il referendum sulla riforma costituzionale del 2016 voluta dal governo Matteo Renzi: si parlò molto del governo, poco della riforma.
Ed è proprio questo il problema cronico del dibattito italiano. Non si discute delle riforme. Si discute dei governi.
Nel frattempo, ogni provvedimento diventa l’ennesima guerra di religione tra fascisti e comunisti.
Francamente, si potrebbe anche smettere.
Noi abbiamo votato sì non perché questa riforma sia perfetta — non lo è — ma perché non la riteniamo peggiore dell’attuale sistema. E perché crediamo che la giustizia, almeno nella percezione dei cittadini, abbia bisogno di apparire più indipendente, più trasparente e più responsabile.
Non è una rivoluzione. Ma forse è un passo.