Ritorna l’amico Luca Ferrara con questo bell’articolo di cui non anticipiamo nulla, ma vogliamo avvisare il Lettore, che a dispetto del titolo, è un articolo assolutamente attuale.

Al futuro dell’Italia


Se qualcuno chiedesse a un italiano che cos’è lo Stato, non darebbe una definizione, ma ci
fornirebbe la sua personale lamentela, ognuna ormai nota: “lo Stato non ci aiuta”; “lo Stato non si
preoccupa di noi” fino ad arrivare “sono tutti ladri quelli di Roma” …Al di là del fatto che
l’italiano medio non è capace di dare una definizione del concetto di Stato, complici docenti senza metodo e l’assenza di un sistema scolastico meritocratico, quello che colpisce di più un semplice osservatore è il processo di disgregazione che si è andato affermando negli ultimi trent’anni di quella compagine istituzionale che è il corpo visibile dello Stato, definito magistralmente da Max Weber come l’istituzione che detiene il monopolio legittimo della forza.
Ora, se si inviassero abili giuristi in perlustrazione per lo stivale alla ricerca di una traccia della definizione weberiana di Stato, ne troverebbero dei resti nelle prefetture, architravi di quel magnifico edificio del diritto che fu lo Stato nazionale, nato all’indomani del Risorgimento, articolato in province a capo delle quali
vi erano i prefetti. La centralizzazione del potere con la conseguente verticalizzazione della catena
di comando, operata alla fine dell’Ottocento, consentì di tenere in piedi una nazione disarticolata sul
piano geografico, storico ed economico, nata per volontà soprattutto delle élite della borghesia
italiana. Dopo il ventennio fascista, preceduto dalla crisi dello Stato liberale, si passò nei prime due
anni del dopoguerra dalla monarchia costituzionale alla Repubblica. Lo Stato cambiò forma ma
non mutò del tutto la sua sostanza: vi erano uomini straordinari che seppero incanalare le dinamiche
sociali entro la dialettica democratica dei partiti e dell’associazionismo.
Eppure, che in quella forma nuova qualcosa non andasse, lo avevano capito già i membri dell’Assemblea costituente: il potere esecutivo troppo debole, il potere giudiziario estremamente autonomo ed autoreferenziale, il potere legislativo deputato a diventare il perno intorno al quale doveva ruotare la vita istituzionale della neonata Repubblica. Nonostante quei limiti, la prima Repubblica resse l’urto della modernità, traghettando gli italiani fuori dalla guerra fredda e dalle sue ideologie.

Ma che cos’è oggi lo Stato? Quali sono le sue competenze, le sue funzioni? Dove risiede la sua autorità? Quali politici incarnano l’autorevolezza degli organi costituzionali?
L’epidemia di Covid-19 che ha investito l’Italia ha reso ineludibili tutte queste domande. I cittadini si sono accorti come è logorante trovarsi in balia di istituzioni diverse che dovrebbero coordinarsi e non sovrapporsi con i loro molteplici livelli decisionali. Per uno strano scherzo del destino ci sembra di rivivere non il Medioevo di Dante Alighieri (di cui quest’anno ricorrono i settecento anni dalla morte), ma l’età feudale. Infatti, se per un verso Giuseppe Conte appare un novello re medievale, costretto a estenuanti trattative (come già Berlusconi e Prodi) rispetto ai propri ministri-vassalli e alle diverse maggioranza parlamentari che
di volta in volta lo sostengono nella speranza di sostanziosi feudi (leggi recovery found); per un
altro verso, i governatori regionali si pongono come veri e propri signori di banno, i quali, ricevuta
l’investitura popolare, esercitano un potere pubblico in piena autonomia rispetto ai DPCM (leggi
capitolari) dell’ineffabile avvocato del popolo. In questa estenuante partita a scacchi tra Regioni e
Governo centrale, dove il cittadino stenta a capire chi comanda e chi decide, ogni tanto fa la sua
comparsa anche il Tar, capace di dare torto e ragione contemporaneamente ai due contendenti. Di
questa complessa dinamica politica, grottesca come le sfilate in abiti d’epoca per i borghi antichi, ne
pagano le conseguenze sanità e scuola e allora risuonano con forza e attualità i versi di Dante: «Ahi
serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!«