Siamo davvero contenti di presentare al nostro Lettore un nuovo nostro collaboratore, gratis, qua si scrive per la gloria. Lo abbiamo pregato per tanto tempo e alla fine ci ha fatto pervenire questo articolo interessante, promettendoci di scriverne uno al mese. Lo ringraziamo come ne approfittiamo per ringraziare gli altri amici che ci danno una mano.

Luca Ferrara ha conseguito nel 2016 il titolo di dottore di ricerca in Scienze Filosofiche, presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II di Napoli con una tesi dal titolo Paradigmi della temporalità in Kant e Bergson. Rivolgendo i suoi interessi in modo particolare nei confronti del pensiero moderno, ha pubblicato diversi articoli e saggi sul pensiero di Kant e Cartesio (tra questi va annoverato La nozione di azione nella gnoseologia kantiana). Collabora attivamente con il Rosmini Institute, dove ha realizzato il primo videocorso sulla Critica della ragion pura.
Attualmente è docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico Nino Cortese di Maddaloni.

Questo l’articolo:

Alla memoria del professore  Antonio Patalano, docente geniale, uomo di straordinaria umanità.

   Quando si parla della scuola italiana lo si fa spesso con grande superficialità, adoperando luoghi comuni, ripetendo frasi fatte, insulse banalità, ora nulla quaestio fino a quando alla fiera dello sciocchezzaio prendono parte attori improvvisati, ma è grave che molti di questi attori siano coloro che dovrebbero rientrare di diritto e di fatto nel rango degli esperti come nel caso del corpo docente. Nel corso della mia esperienza lavorativa poche volte mi è capitato di incontrare colleghi (docenti) esperti, capaci di muovere una critica  nei confronti del titolare del dicastero di via Trastevere, che non fosse priva di quel malanimo e di quella saccenteria tale da non renderla stucchevole e approssimativa.

   Ora Lucia Azzolina, come gli ultimi ministri della pubblica istruzione (dicastero che poi nel corso del tempo ha cambiato nome e competenze) della seconda Repubblica non solo ha subito sacrosante critiche da noti editorialisti, esperti del settore o gli sfottò che si susseguono a ritmi continui sui social network( subendo un destino non molto diverso dai suoi predecessori) ma ha anche ricevuto una tale quantità di offese di improperi di minacce — tra queste vanno annoverate anche vere e proprie intimidazioni — che hanno rasentato la follia. Sembrerebbe pertanto che tentare una difesa d’ufficio della ministra sia impresa quanto mai velleitaria tale da risultare essa stessa folle come le accuse. Si dà il caso però che provare a difendere l’Azzolina potrebbe essere l’occasione per una riflessione quanto mai opportuna sui mali della scuola italiana, in modo da poter verificare non tanto  quanto c’è di vero nei giudizi negativi  rivolti con ferocia al titolare del dicastero di via Trastevere, ma quanto c’è di antico.

   In Italia non è mai facile tentare di fare un discorso storico, poiché la maggioranza degli italiani è convinta che il passato sia una sorta di Paradiso terrestre ormai perso irrimediabilmente, sicché è quasi sempre un’impresa disperata provare a discutere — contestualizzando scelte, metodi e valori che hanno determinato alcune decisioni o alcune omissioni — con una persona che ha deciso che il presente è il tempo della fine: l’apocalisse.   

   Anche quest’anno scolastico molte cattedre resteranno scoperte e dovranno essere assegnate a supplenti privi in molti casi dell’abilitazione disciplinare. Questo problema, che non è una novità come l’opposizione vorrebbe far sembrare, è un dato strutturale del comparto scolastico, ma che negli ultimi tre anni si è acuito per diverse ragioni non ascrivibili solo all’Azzolina, ma a un’assenza di progettualità che  contraddistingue la politica italiana a partire dagli anni ’90.

   Molti critici dell’Azzolina dovrebbero sapere che il parlamentari che sostenevano il governo Conte I hanno votato  una sospensione temporanea della legge Fornero (si badi bene non un’abolizione) che ha consentito a tantissimi docenti di andare in pensione con la famigerata quota 100. Allora la domanda da porsi è questa: perché Bussetti, ex dirigente scolastico, nonché provveditore agli studi (dunque sulla carta ben più esperto dell’Azzolina), nel 2018 non chiese subito di bandire un concorso per precari e giovani laureati? Anche uno studente delle medie sarebbe stato capace di prevedere come lo tsunami dei pensionamenti avrebbe fatto naufragare la scuola ad inizio anno scolastico. Parte dello scenario semi-catastrofico in cui versano le scuole  odierne è da attribuirsi a Bussetti che parlò per un anno senza prendere nessuna decisione e al ministro dell’Economia dell’epoca Giovanni Tria, in quanto è sempre il Mef che autorizza il numero di posti da mettere a concorso. Arrivò poi la meteora Fioramonti che durò  nemmeno il tempo di un quadrimestre, in fondo lui veniva dall’università e non poteva attendere gli scrutini, sicché giunse l’Azzolina (ex-sottosegretario al Miur).

  È inutile contare le gaffe che  la Ministra ha fatto e continua a fare, ma le va dato atto che il 22 ottobre, covid permettendo, inizieranno le prove del concorso straordinario per i docenti precari con 36 mesi di servizio (e vale la pena ricordarlo che tale concorso, a parole, lo aveva messo in cantiere già Bussetti). Ovviamente i precari avrebbero preferito fare un concorso riservato con modalità simili a quelle del 2018, svolto sotto l’egida della ministra Fedeli che prevedeva solo una prova orale. Ora anche in questo caso sarebbe facile dare addosso all’Azzolina, come fa l’onorevole Pittoni – delegato della Lega per il comparto scuola che sbandiera con orgoglio il suo titolo di studio: la terza media – dalla tribuna di face book; ma la Ministra non ha potuto bandire un concorso per soli titoli in quanto i precari che  parteciperanno al prossimo concorso non hanno il titolo, cioè non sono abilitati, pertanto si è resa necessaria una prova selettiva, anche se facilitata che consenta loro di ottenere almeno l’abilitazione.

   Un’ultima critica anche questa ingenerosa nei confronti della ministra riguarda le classi pollaio: il numero elevato di alunni per classe (29/31) che comportò una drastica riduzione delle cattedre fu una scelta presa dalla ministra Gelmini (la lombarda che si abilità alla professione forense in Calabria) di concerto con il ministro Tremonti, insieme ad un altrettanto scelta scellerata come la diciottizzazione della cattedra oraria di un docente delle scuole secondaria. Chi forse avrà avuto la pazienza di leggere fino a questo punto questa mia difesa avrà notato che i problemi della scuola italiana che si sono manifestati in modo così prepotente all’avvio dell’anno scolastico non sono tanto ascrivibili all’Azzolina, ma sono mali antichi tanto della seconda Repubblica quanto della prima Repubblica, scriveva Luciano Bianciardi a proposito del fenomeno del precariato: «Era ogni anno la stessa storia. Uomini di quarant’anni, con moglie e figli grandi, non erano ancora entrati in ruolo, perché il ministero bandiva i concorsi a ogni morte di papa, ed offriva settecento posti  a ventimila candidati. Gli altri diciannovemila e passa dovevano continuare a cercarsi il lavoro stagione per stagione»[1], correva l’anno 1959…


[1] L. Bianciardi, Il lavoro culturale, in Il cattivo profeta, Il Saggiatore, Milano 2018, p. 204.

Luca Ferrara