Continua la nostra battaglia in favore della democrazia illustrando le ragioni del NO al quesito referendario.

Stavolta ci aiuta nella comprensione Valentino Ferrara “tecnico” del comune di Santa Maria a Vico, mente (e braccia) del bellissimo progetto, oggi realtà, del “Borgo degli Innamorati”, ma non solo.

Ferrara non solo rende irrisorie le ragione del sì, ma porta nuova linfa al già ricco bagaglio di argomenti per il NO.

Questo il contributo di Valentino Ferrara. Buona lettura:

Quando penso al Referendum Costituzionale che si svolgerà in Italia il 20 e 21 settembre prossimo mi torna alla memoria la frase del famoso cantante statunitense Kurt Cobain: “Non apprezzi mai le cose che hai finché non le perdi”; che per l’occasione commuterei in: “Non apprezzi mai la democrazia finché non la perdi”.

Un’esagerazione associare la perdita della democrazia con l’esito del prossimo referendum costituzionale? Il processo inesorabile di riduzione della rappresentanza (la nostra è una democrazia rappresentativa) è iniziato con la riforma della legge elettorale del 21 dicembre 2005, che fu definita “una porcata” dal suo estensore, con cui l’allora Governo Berlusconi eliminò la preferenza, ampliò i collegi elettorali in maniera significativa ed introdusse le liste bloccate. Ora si vuole continuare il processo mediante la riduzione del numero dei parlamentari senza modificare il funzionamento del nostro processo di formazione legislativo. Il passo successivo sarà quello di introdurre il vincolo di mandato per impedire che i parlamentari possano votare in disaccordo col proprio gruppo di appartenenza.  Poi, visto che i parlamentari di ciascun gruppo dovrebbero votare secondo le indicazioni del gruppo, che senso avrebbe avere più parlamentari per ciascun partito? Risparmieremmo molti stipendi se avessimo un unico parlamentare per ogni partito che rappresenta la percentuale di voti che ottiene alle elezioni. Che dite, ci possiamo preoccupare per il futuro della democrazia per come la conosciamo?

Ma veniamo al merito. Cosa prevede il quesito? Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019. Votare “Si” significa ridurre i parlamentari da 615 a 400 alla Camera dei Deputati ed i senatori eletti da 315 a 200 al Senato. Votare “No” significa non modificare l’attuale numero dei parlamentari.

I sostenitori del “SI” ritengono che la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari comporterebbe la riduzione dei costi della macchina politica e del Parlamento, la maggiore efficienza delle due Camere e un allineamento dei numeri del parlamento italiano a quelli degli altri paesi europei.

Proviamo ad analizzare le ragioni sopra espresse.

“La riduzione di un terzo del numero dei parlamentari comporta la riduzione dei costi della macchina politica e del Parlamento”. Affermazione assolutamente vera. La riduzione dei parlamentari comporterebbe, usiamo le cifre più alte tra quelle circolate, un risparmio di circa 81,6 milioni di euro all’anno. Questa stima tuttavia è da considerarsi leggermente imprecisa perché non tiene conto dei possibili risparmi che avrebbero le due Camere per il semplice fatto di dover ospitare 345 persone in meno. Arrotondando possiamo immaginare che la vittoria del “SI” porterebbe un risparmio annuo di 100 milioni di euro. Ma se l’obiettivo era quello di ridurre di un terzo i costi del parlamento perché non si è ridotta l’indennità dei parlamentari del 30% oppure si è legata la stessa alle presenze parlamentari oppure all’andamento generale dell’economia? Tra l’altro avremmo risparmiato il costo, circa 300 milioni di euro, della sessione referendaria. Per dare un ordine di grandezza, anche arrotondando a 100 milioni, i risparmi che si avrebbero ogni anno con il taglio dei parlamentari rappresenta lo 0,005 per cento scarso del debito pubblico italiano e un seicentesimo scarso di quanto spende l’Italia ogni anno di soli interessi su tale debito pubblico. Continuando, a fare esempi, la cosiddetta “Quota100”, ovvero consentire di andare in pensione qualche anno prima a qualche centinaia di migliaia di dipendenti, costa ogni anno almeno 7,5 miliardi di euro di soldi pubblici. Qualcosa in meno all’anno costa l’altra “riformissima” del governo giallo-verde, il reddito di cittadinanza. La “cattiva politica”, invece, è costata dal 2012 al 2019 circa 547 milioni di euro per mancato rispetto dei patti sottoscritti in sede comunitaria, ovvero circa 77,5 milioni di euro all’anno. Potremmo continuare per indicare gangli della spesa pubblica dove poter recuperare risorse ben più significative senza ridurre la rappresentanza parlamentare.

“La maggiore efficienza delle due Camere”. Falso. La riforma Costituzionale non interviene in alcun modo nel meccanismo di funzionamento del nostro parlamento. La riduzione del numero dei parlamentari comporterà, invero, una difficoltà di funzionamento del meccanismo legislativo soprattutto nelle commissioni. I poteri delle due camere saranno gli stessi prima e dopo la riforma, per cui il farraginoso meccanismo di formazione delle leggi, che prevede l’approvazione sia alla Camera che al Senato, non sarà minimamente scalfito. Meno parlamentari votano più velocemente? Non è vero. Con il voto elettronico dall’inizio alla conclusione delle operazioni di voto trascorrono pochi secondi. Meno parlamentari comportano sessioni di lavoro più veloci? Non è vero. I tempi d’intervento sono già contingentati e dipendono dai regolamenti delle due Camere non dal numero dei parlamentari.

“Un allineamento dei numeri del parlamento italiano a quelli degli altri paesi europei”. Sostanzialmente falsa. Oggi il Parlamento italiano è quello più numeroso d’Europa, se si prendono in considerazione solo i parlamentari eletti direttamente dai cittadini. Con 945 membri nelle due Camere l’Italia si piazza davanti alla Germania (il numero dei membri del Bundestag, eletti direttamente, è variabile e in questa legislatura è di 709; i membri del Bundesrat, 69, non sono eletti dai cittadini); al Regno Unito (650 membri eletti della House of Commons; i 791 membri della House of Lords non sono eletti dai cittadini); alla Francia (che elegge direttamente 577 membri dell’Assemblée Nationale, ma non i 348 membri del Senato); e alla Spagna (con 350 membri del Congreso de los Diputados e 208 su 266 senatori del Senado de España eletti direttamente). Con la riduzione a 600 parlamentari, l’Italia perderebbe così il suo primato. Ma che cosa succederebbe alla rappresentanza? Per valutare l’effetto che avrà sula rappresentanza (ricordo come già scritto che siamo una democrazia rappresentativa) non si può valutare il rapporto numerico eletti/elettori ma bisogna tener conto del numero di elettori che concorrono ad eleggere ciascun eletto. Gli attuali 630 deputati garantiscono all’Italia una rappresentanza di un deputato ogni 96 mila abitanti. Un numero più basso rispetto a quelli di Paesi simili al nostro, come Germania (1/117 mila), Francia (1/116 mila), Regno Unito (1/102 mila) e Spagna (1/133 mila). Con la nuova riforma, ognuno dei 400 deputati rappresenterà 151 mila cittadini: il numero più alto tra tutti i 28 Stati Ue. La rappresentanza più bassa è in Paesi piccoli come Malta (1/7 mila), Lussemburgo (1/10 mila) e Cipro (1/11 mila). Quindi avremo il parlamento meno rappresentativo dell’Unione Europea.

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Quindi nessuna delle motivazioni espresse a sostegno del “SI” è, a parere dello scrivente, condivisibile. Il tema del risparmio economico non si concilia mai con la democrazia. I parlamentari devono essere messi in condizione di agire liberamente, anche emancipandosi economicamente, nell’esercizio della propria funzione costituzionale. Se subordinassimo il tema della democrazia al tema economico potremmo essere portati, “mutandis mutandis”, a fare a meno della rappresentanza parlamentare. Abolire il Parlamento ci farebbe risparmiare circa 600 milioni di euro all’anno. Certo la qualità del personale politico del nostro paese è sceso a livelli bassissimi, ma questa riforma non porterà a migliorare la qualità dei nostri rappresentati. Anzi aumenterà il potere delle segreterie (oligarchie) a discapito degli indipendenti.

È indispensabile, una volta bocciata questa legge “senza senso”, che si torni a discutere di una riforma complessiva dell’assetto istituzionale; un disegno costituzionale che porti al superamento del bicameralismo perfetto, a riavvicinare l’eletto all’elettore, a garantire il “diritto di tribuna” alle minoranze (norma che eviterebbe le accozzagli elettorali), a semplificare la scelta del governo ed a garantire, contemporaneamente, la governabilità ed un efficace contrappeso democratico.

Per tutto questo io voterò “NO” al Referendum Costituzionale del 20 e 21 Settembre prossimo!