Come promesso, seppur a cadenze non precise, parleremo del referndum confermativo che pure si voterà il 20-21 settembre, ma lo faremo sul fronte del No.

Stavolta, così come le successive, proponiamo non il nostro pensiero bensì quelle di un nostro amico e collaboratore, che non presentiamo al nostro Lettore in quanto siamo certo abbia già individuato di chi parliamo.

Questo la motivazione del suo NO al referendum:

La riduzione del numero di parlamentari per cui si voterà il 20 settembre è una proposta puramente demagogica che rischia di danneggiare fortemente il funzionamento di istituzioni già compromesse da una pluralità di fattori negativi.
L’Italia come stato è una repubblica parlamentare, in cui teoricamente l’istituto cardinale sarebbe appunto il parlamento, eletto a suffragio universale ed espressione teorica della volontà popolare. In realtà, l’autorità del parlamento si è ridotta moltissimo nei decenni, non di diritto ma di fatto, poiché le segreterie di partito, il governo, le istituzioni internazionali a cominciare dalla UE hanno ottenuto di limitarne sempre di più i poteri effettivi. I parlamentari ormai per lo più si limitano a ratificare decisioni prese da altri, quali la commissione europea, il governo italiano, i vertici di partito.
La riduzione del numero di parlamenti minaccia di infliggere un altro colpo ad un edificio già traballante, menomando quel rapporto fra elettorato ed eletti che sarebbe in teoria il fondamento stesso dell’intero ordine istituzionale.
In primo luogo, la riduzione del numero di collegi comporterà automaticamente un aumento della loro grandezza, quello che determinerà un maggiore allontanamento fra elettori ed eletti per ragioni puramente numeriche e ridurrà la rappresentatività di senatori e deputati.
In secondo luogo, la cancellazione dei collegi accrescerà le diseguaglianze di rappresentatività fra le diverse parti del paese anzitutto perché i candidati saranno portati a privilegiare le aree con più popolazione (quindi più elettori) a discapito di quelle meno popolate. Questo danneggerà specialmente zone alpine ed appenniniche con pochi abitanti e che già ora soffrono per spopolamento e relativo disinteresse.
In terzo luogo, intere regioni vedranno una riduzione più che proporzionale del numero di loro rappresentanti. Il calo di numero di parlamentari sarà di 1/3, ma alcune regioni ne perderanno quasi i 2/3, mentre altre avranno riduzioni inferiori al 33%. Insomma, vi saranno territori di fatto privilegiati nella rappresentanza politica ed altri invece svantaggiati.
In quarto luogo, le possibilità dei partiti più piccoli di avere loro eletti scenderà drasticamente. Si sbaglierebbe e di molto nel ritenere che quasi tutti gli italiani votino solo per le formazioni politiche più grosse, perché quelle cosiddette minori sono assai numerose ed hanno un bacino di molti e molti milioni di elettori. Con il taglio di 1/3 dei parlamentari il numero di voti necessario per essere eletto sarà ancora più alto di quello attuale ed interi partiti potrebbero non avere eletti. In generale, la proporzionalità fra numero di voti ricevuti ed eletti scenderà ancora, cosicché una lista potrebbe avere facilmente la maggioranza assoluta con 1/3 dei voti, portando il paese ad essere governato da una minoranza.
In quinto luogo, gli incarichi e compiti spettanti ai deputati resteranno gli stessi, ma ripartiti fra un numero di persone molto minore. Il parlamento è già ora di fatto ridotto, spesso, a pure funzioni di voto ed approvazione di altrui decisioni. Un’assemblea ridotta a 2/3 dell’esistente avrà ancora minori capacità di legiferazione autonoma e capacità decisionale effettiva.
Tutto questo rischia di accadere a fronte di un beneficio supposto dato da un risparmio di 60 milioni di euro all’anno, a fronte di un bilancio dello stato che supera gli 800 miliardi, ossia 800.000 milioni. Se davvero si volessero eliminare gli sprechi, si taglierebbe altrove. La verità è che si vuole colpire con il pretesto della lotta alla “casta” la funzione stessa del voto democratico, che difatti in questo modo perderà ulteriore importanza. La riduzione del peso del parlamento comporta l’aumento di quello di organismi non-elettivi, quindi estranei al voto ed al suffragio popolare.