La politica è un’arte, tutti ne possono parlare, tutti ne possono essere critici, infatti a tutti è consentito il diritto-dovere del voto, ma sono pochi quelli che la maneggiano, ancor meno quelli che ne riescono a farne un capolavoro.
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Essere al vertice di un partito poi è ancora cosa più complessa, oltre ad essere protagonista con le proprie decisioni della vita di milioni di persone, bisogna anche guardarsi al proprio interno dai nemici che vogliono impossessarsi del potere.

Analizziamo le difficoltà che stanno attraversando in questo periodo tutti i leader da destra a sinistra.

Berlusconi: è vecchio, stanco, si vede poco, ogni tanto butta lì una dichiarazione, ma è sempre lontano dalla ribalta. Sta vedendo il suo partito sgretolarsi pian piano. Oggi certo rispetto al nulla che coinvolge i politici italiani sembra uno statista, ma paga purtroppo il troppo protagonismo, il non capire quando è il momento di smettere, non ha lasciato alcun erede, e quando lo farà, semmai lo farà, sarà troppo tardi.

Salvini: Il leader leghista nonostante cifre per la lega da capogiro è in grossa difficoltà. Oramai non sono pochi all’interno del partito che sono pronti a pugnalarlo per prendersi una creatura che lui stesso ha sapientemente creato. La lega viaggia intorno al 30% ma in questo momento sembra in fase calante di consenso. Pure Pontida è stato un raduno con più polemiche che rilancio, la scelta di utilizzare una bambina per propaganda non è piaciuta molto, poi si scopre che quella bambina manco centrava nulla con i noti (più o meno) fatti di Bibbiano. Insomma un autogol. Mettiamoci poi la neo ministra che in pochi giorni di lavoro ha fatto più di lui in un anno e mezzo quasi.

Meloni: da noi sempre considerata il peggior politico italiano, invece di colpire Salvini mentre era a terra ed elevarsi lei stessa a leader della destra, fa da stampella e lo tiene su. Addirittura alla manifestazione di Roma antigoverno, da lei organizzata, perde la scena, rubata proprio da Salvini. Atreju pare sia stato considerato molto poco dai social, che oggi sono tutto, quindi se non se ne parla sui social è come se l’evento non fosse esistito. Un punto di vista positivo c’è: FdI guadagna lentamente seppur inesorabilmente consenso nei sondaggi e oggi viaggia stabilmente intorno al 7 o 8%. Non ha da preoccuparsi troppo di nemici interni.

Di Maio: nemmeno il leader del M5s dorme sonni tranquilli. Se da un punto di vista personale continua la sua vita di successo, è da leader che presenta più di un intoppo. Da un punto di vista esterno l’alleanza con il Pd è parsa – continua a parere – ai molti elettori del movimento un trasformismo politico che avrebbero invece dovuto combattere, un tradimento insomma. All’interno proprio questa contraddizione si inseriscono quelli che vorrebbero pugnalarlo alle spalle tipo Di Battista, ad esempio, invece di parlarci di truciolato, critica Di Maio e l’alleanza con il nemico di sempre. La fronda sembra ampia soprattutto in senato e si parla di una scissione possibile. In altri tempi chi solo pensava una cosa del genere sarebbe stato buttato fuori a calci, ma oggi i tempi sono cambiati.

Zingaretti: paradossalmente forse è quello che se la passa meglio. E’ pur vero che dalla sua segreteria vi sono state due scissioni, sebbene quella di Calenda forse va derubricata a fuoriuscita. Ma senza la zavorra renziana può costruire un partito più coeso e quindi sulla carta più forte. Inoltre proprio Renzi & co. creava una sorta di muro sia nell’elettorato spostandolo verso il M5s, sia all’interno portando quindi via via a varie piccole fuoriuscite o scissioni, ora invece pare vi sia il fenomeno inverso: già notizia di qualche ora che Laura Boldrini è entrata nel Pd. Quindi come lei che comunque mai ne aveva fatto parte, immaginiamo che altri possano seguirla in queste settimane e mesi.

Renzi: il leader fast&furious. Tutti si aspettavano uscisse dal pd, ma si attendeva la Leopolda per questo annuncio, invece come al solito il senatore fiorentino non è riuscito a contenersi, la sua voglia di velocità lo porta ancora una volta ad accelerare i tempi. Il pd avrà tanti difetti, che un giorno magari analizzeremo in un articolo, ma il pregio è che trattasi di un partito scalabile, cioè tutti possono candidarsi alla segreteria e per farlo non bisogna attendere i decenni come nei partiti novecenteschi. Lo stesso Renzi ha perso le primarie e poi le ha vinte. Sicuro adesso potrà avere un partito con yes-man pronti ad incensarlo, ma nella verità dei fatti l’appeal di Renzi nell’elettorato è molto basso, addirittura è dietro Zingaretti, che non è proprio questo fulmine di marketing politico.

Conte: non è un leader di partito d’accordo, ma è certamente uomo che abbiamo sottovalutato. Lo abbiamo considerato un pupo nelle mani dei due ex viceministri del suo primo governo, messo sotto schiaffo pure da Casalino, ma invece l’avvocato dal chilometrico curriculum ha tessuto una tela in questi mesi, che lo ha addirittura portato ad un secondo mandato, inoltre è in testa ai sondaggi come leader più apprezzato, pure in europa. Non sappiamo come sarà la sua storia politica, ma se possiamo azzardare noi lo vediamo come possibile sostituto di Di Maio alla guida del M5s portando la trasformazione dal movimento in partito un fatto compiuto.


nerolo