Continua per la nostra rubrica storica l’intervista allo storico Marco Vigna realizzata dalla redazione di Historia Regni e che ci è stato concesso di riportarla.

Stavolta Vigna si sofferma sulla qualità dello studio revisionista e su quello risorgimentale, il primo con tanti limiti in quanto a nostro avviso non si ha intenzione di fare storia ma politica utilizzando la storia come scusa, ma finendo per distorcerla; il secondo va certamente approfondito in molti aspetti, ma bisogna liberarsi da certe zavorre polticizzate.

La storiografia accademica sul Risorgimento ha dei limiti e sono necessari ancora oggi approfondimenti su alcuni aspetti del periodo?

Il revisionismo sorge dai limiti della storiografia del Risorgimento, ma non nel senso di un tentativo di migliorarla, bensì come figlio spurio ed illegittimo di questi limiti stessi. Questo va spiegato.

Tutto ciò che è storico risulta relativo per definizione: questo è banale. Pertanto è ovvio che la storiografia debba essere interpretata storicamente, tanto che un ramo di questa disciplina è quello della della storia della storiografia. La ricerca storica ha condotto nell’arco di secoli sia ad un ad un costante accrescimento delle conoscenze fattuali, sia ad un affinamento ed una moltiplicazione delle metodologie. Si pensi alle diverse discipline ausiliare della storia, come filologia. l’archeologia, etc., oppure al sorgere di metodi di studio prima inesistenti, come la geografia umana, la sociologia, l’applicazione alla storia di forme d’analisi riprese dalla psicologia, dall’etologia, dall’antropologia e così via.

La storiografia sul Risorgimento, come tutte, è limitata, poiché è certo come non si sappia e non si possa sapere “tutto”su un dato periodo storico. Sarebbe impossibile conoscere “tutto” anche soltanto della vita di un singolo uomo, perché richiederebbe né più né meno di una divina onniscenza. Inoltre si hanno mutamenti nell’interpretazione, nel paradigma e nella metodologia, che portano ad un loro affinamento, ma che comportano anche delle cesure ed abbandoni. Il revisionismo, come certi mostri della mitologia che si celano nei luoghi oscuri o nei cimiteri, si annida proprio negli inevitabili vuoti di conoscenza e nelle teorie abbandonate. Laddove rimangono spazi bianchi da riempire, i revisionisti arrivano non con la ricerca, ma con l’invenzione, come nel Medioevo sulle ragioni sconosciute delle mappe geografiche si dipingevano essere antropomorfi o zoomorfi immaginari. Oppure sono riesumati vecchie ipotesi, ormai superate ed abbandonate da tempo. Un esempio è l ripresa del “colonialismo interno”, secondo cui il nord avrebbe sfruttato il sud. Nonostante sia stata ripudiata da decenni dagli storici, essa viene ripescata dai revisionisti che citano fiduciosamente testi vecchi magari più di un secolo, trascurando il posteriore corso della storiografia che ha approfondito la questione.

Certamente vi sono alcuni aspetti del Risorgimento che meriterebbero un approfondimento.

In primo luogo, la storia su questo periodo è sorta con grande attenzione per gli aspetti politici e militari evenemenziali, mentre rimane a tutt’oggi un lavoro immenso da realizzare per le componenti culturali e sociali. Beninteso, vi sono molti e validi studi in proposito, ma si tratta di un terreno vasto ed ancora in buona misura inesplorato. Contrariamente a quanto si è creduto a lungo, la partecipazione popolare al processo di unificazione è stata ampia: il Risorgimento non è stata una faccenda soltanto di una ristretta minoranza d’estrazione nobile o borghese. Le figure apicali, come Mazzini, Garibaldi, Cavour, etc., sono assai studiate e lo sono pure personaggi importanti anche se chiamati “minori” della foltissima schiera di politici, militari, intellettuali di secondo livello. Resta però scarsamente nota la storia della gran massa di coloro che parteciparono, in un modo o nell’altro, ad una dinamica storica protrattasi per molti decenni.

In secondo luogo, resta da approfondire il retroterra storico del Risorgimento ottocentesco, almeno a partire dalle sue premesse settecentesche. Il grande Gioacchino Volpe nel suo capolavoro italia moderna aveva prodotto una sintesi monumentale, ma la sua lezione magistrale è stata successivamente poco seguita, non perché se ne disconoscesse l’importanza e la validità, ma per la complessità e difficoltà di seguire le sue orme. Pure un’investigazione più profonda sulla continuità nell’aspirazione ad un Italia unificata o meglio riunificata, perché già la lo era stata con Roma antica, è indispensabile e bisognerebbe partire come minimo dal secolo XVIII, anche se si potrebbe risalire sino all’Alto Medioevo. 

In terzo luogo, pesano ancora, seppur meno che in passato, i guasti provocati dall’adozione nella storiografia di canoni ideologici e politicizzati, dovuto anzitutto alla stagione dell’egemonia marxista nelle cattedre di storia contemporanea. Ad esempio, talora capita di leggere libri in cui si presenta il brigantaggio come una forma di lotta di classe o sollevazione contadine, nonostante la demolizione sistematica che è stata compiuta nella ricerca storica di questa vecchia, anacronistica ipotesi, che era stata riconosciuta quale sostanzialmente erronea persino dai suoi principali fautori come Hobsbawn e Molfese. Altro discutibile retaggio, in parte ancora perdurante sebbene molto contestato, è il ruolo determinante attribuito nella genesi del Risorgimento alla rivoluzione francese, che misconosce la peculiarità ed originalità del processo italiano di unificazione, che aveva le sue radici nella storia e cultura italiane ed in un periodo, molto, molto anteriore ai sommovimenti repubblicani di Francia. L’invasione della penisola da parte delle armate rivoluzionarie  e gli anni dell’occupazione francese furono soltanto un segmento in un lento movimento che era iniziato assai prima e che era destinato a perdurare almeno sino alla prima guerra mondiale, di fatto IV guerra d’indipendenza nazionale italiana.

 

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