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Ieri ricorrevano i 212 anni dalla nascita di Giuseppe Garibaldi. Una figura nota in tutto il mondo, un eroe. Certo si potrebbe immaginare che questa parola “eroe” noi la utilizziamo per l’impresa dell’unificazione o per qualche altra impresa militare in Europa e nel resto del mondo. No. Noi la utilizziamo in quanto Garibaldi fu eroe per i valori umani incredibilmente moderni per l’epoca in cui viveva.

Ovviamente nell’attacco a questa figura straordinaria si è concentrato proprio nel suo aspetto umano. Attacco portato da formazioni, che solo in questo ultimo periodo hanno sollevato la maschera della menzogna, in quanto tali attacchi non sono storici ma politici.

Il professor Marco Vigna non solo ci presenta un aspetto di Garibaldi in una vicenda che potremmo definire certamente attuale, ma ci mostra anche indirettamente quanto sia stupido il detto: la storia la scrivono i vincitori.

Cari idioti la storia la scrivono gli storici, gente che va all’università, si fa il mazzo a strisce, recepisce un metrodo scientifico nel consultare e comparare gli innumerevoli o a seconda del periodo storico di riferimento gli scarsi documenti e li compara, li analizza e alla fine ne fa una sintesi. Questa sintesi viene confrontata con altri colleghi e se ritenuta adeguata non per ciò che si dice, ma per il metodo utilizzato di discernimento entra nei libri di storia.

Questo l’articolo:

Circola in Rete una fantasiosa narrazione secondo cui secondo cui Garibaldi avrebbe trasportato su di una nave alcuni coolies, lavoratori cinesi che volevano emigrare e che lo facevano in condizioni semiservili.

I coolies erano caricati su imbarcazioni che li trasbordavano dalla Cina sino agli Usa od in altri stati del continente americano. Un carico umano d’emigranti asiatici, sempre secondo tale affabulazione, sarebbe stato trasportato da Garibaldi nel periodo in cui faceva da capitano di una nave mercantile, nel viaggio di ritorno dalla Cina al Perù.

Si tratta però di una notizia falsa e priva di ogni fondamento storico, sorta sulla base di una frase male intesa da Augusto Vittorio Vecchi e peggio interpretata da altri, poi purtroppo ripresa acriticamente e soprattutto utilizzata nella inconsistente polemica antigaribaldina degli ultimi anni. Su questa vicenda, si può rinviare allo studio documentato e davvero definitivo di Philip C. Cowie, Contro la tesi di «Garibaldi negriero», «Rassegna storica del Risorgimento», a. LXXXV, fasc. III (luglio-settembre 1998).

Cowie ha svolto una ricerca lunghissima e faticosa sui documenti originali, quel che alcuni sedicenti revisionisti non hanno fatto sull’argomento. Lo studio di questo autore è un esempio di come si fa storia: anche su di un tema minuto, occorre un’analisi molto approfondita, sulla documentazione originale, incrociando e confrontando le fonti, prima di ricostruire pezzo a pezzo l’accaduto. Il Cowie è l’unico studioso ad essersi sobbarcato uno studio di anni su tutta la documentazione afferente la presenza di Garibaldi in Perù: per contraddirlo, occorrerebbe un’analisi di pari spessore. L’esito della sua lunga ricerca è tale da smontare e distruggere totalmente le (mai provate) teorie sull’operato di Garibaldi in Perù che avrebbe trafficato in emigranti. Infatti Cowie si è basato su:

1) le dichiarazioni scritte dei missionari cattolici di Macao, che certo non amavano l’anticlericale Garibaldi;
2) il diario di bordo di Garibaldi, scritto per uso privato (quindi non aveva motivo di mentire);
3) le dichiarazioni di una spia del regno di Sardegna, inviata apposta per tenere sotto controllo il repubblicano Garibaldi e tutt’altro che a lui favorevole (quindi, se avesse saputo di un trasporto di coolies, lo avrebbe riferito);
4) i documenti di dogana della “Carmen”, la nave di cui Garibaldi era capitano, redatti dai doganieri, con enumerazioni di tutto ciò che era trasportato;
5) la lista ufficiale delle navi peruviane che trasportavano coolies;
6) il bollettino marittimo ufficiale, con enumerati tutti i trasporti. Nessuna di queste fonti, diverse per provenienza, fra cui il diario personale di Garibaldi, due relazioni di persone che dovevano essergli ostili, tre serie di documenti ufficiali peruviani, fa la minima menzione al trasporto di coolies.

Non esiste quindi dubbio che il Nizzardo non abbia mai fatto traffico di emigranti ridotti in servitù.

Inoltre, Cowie ha fatto risaltare l’incoerenza logica dell’ipotesi di cinesi coolies a bordo della nave di Garibaldi, spiegando con un’analisi lessicale che l’equivoco è sorto dalla presenza su di essa, come marinai, di “zambos”, ovvero americani d’origini miste, con antenati fra africani ed indiani. Il dialogo riportato dal Vecchi non avvenne con un altro italiano, ma con un peruviano, il quale per di più parlava spagnolo, ma servendosi anche di termini locali, ignoti allo scrittore stesso, che per di più si esprimeva a fatica in castigliano. Il termine “cinos” adoperato da Pedro Denegri, l’armatore della “Carmen”, da egli impiegato con il biografo di Garibaldi, il Vecchi, designava appunto, nello spagnolo in uso nel Perù, coloro che più abitualmente si chiamano “zambos”. Per designare i coolies cinesi ci si serviva invece dell’espressione “colonos”.

Scrive infatti il Cowie sul Vecchi:

«A Lima, causa la sua perfetta estraneità a quell’ambiente linguistico, non capì sino in fondo l’idioma volgare correntemente usato».

Alla mensa di Pedro Denegri si parlava infatti castigliano nella versione peruviana, anzi limeña ed il biografo parlava male anche solo lo spagnolo letterario. Prosegue il Cowie:

«Il Vecchi tradusse, male, quel poco di spagnolo che conosceva».

Il resto si trova nell’articolo originale del Cowie sull’argomento, provvisto d’una fittissima bibliografia e riferimento ed analisi ad ogni fonte e studio pertinenti. Le fonti disponibili, tutte quante, confermano pertanto che il fantomatico trasbordo di coolies cinesi eseguito da Garibaldi non è mai avvenuto.

Un traffico di esseri umani inoltre contrasterebbe con gli ideali sempre seguiti da Garibaldi. Questi nella guerra del Rio Grande do Sul liberò tutti gli schiavi che incontrò, malgrado la schiavitù fosse ancora legale all’epoca in Brasile ed egli avesse la possibilità di lucrarci sopra vendendoli. Invece, tutti li liberò. Parimenti, rifiutò l’offerta di Lincoln in persona di comandare la principale armata degli USA, con grado corrispondente di generale e relativo stipendio e possibilità di carriera, perché all’epoca il presidente americano non aveva ancora abolito la schiavitù: Garibaldi chiese assicurazioni al riguardo e, non avendole avute, rifiutò l’incarico. È dimostrato pertanto che Garibaldi non solo non fu mai uno schiavista, ma che anzi s’impegnò in prima persona per la fine della schiavitù.


 

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