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Riprendiamo la nostra rubrica storica e stavolta andiamo ad esaminare l’industrializzazione post-unitaria dell’Italia che però ci aiuta anche a capire quali erano le condizioni nel periodo precedente l’Unità. Stavolta ci facciamo accompagnare da uno storico che analizza e riporta passi importanti di Stefano Fenoaltea.

Questo il testo:

Lo storico Stefano Fenoaltea ha scritto molti lavori sull’industria e lo sviluppo economico italiani, come «L’economia italiana dall’Unità alla Grande Guerra», «La produzione industriale delle regioni d’Italia: 1861-1913. Una ricostruzione quantitativa», «I due fallimenti della storia economica: il periodo post-unitario».
I saggi di Fenoaltea sono alcuni uno dei numerosissimi studi accademici sull’argomento. Sono importanti, anche se non certo l’unico e neppure il più autorevole, che tale rimane ancora Rosario Romeo, non per ragioni preconcette ma per la mole documentaria riportata, la minuziosità dell’analisi, l’importanza riconosciutagli dagli storici universitari. Comunque, lo studio di Fenoaltea non dice nulla di essenzialmente nuovo rispetto al nucleo basilare dei saggi di Romeo ed altri sul divario economico fra nord e sud d’Italia.
Esso difatti conferma quanto già dato per accertato nella storiografia accademica. La differenza economica fra regioni del nord e del sud d’Italia preesisteva all’Unità stessa, facendo una media (certo variabile da regione a regione). Basti dire che nel 1871 (data da cui parte l’analisi di Fenoaltea), le azioni sul valore aggiunto (industriale), sono così distribuite.
Piemonte 202
Liguria 90
Lombardia 285
Veneto 159
Emilia 118
Toscana 149
Marche 46
Umbria 27
Lazio 57
Campania 170
Abruzzo 50
Puglia 72
Basilicata 21
Sicilia 157
Calabria 57
Sardegna 45
Nord Italia (Piemonte-Liguria-Lombardia-Veneto-Emilia): 854
Centro Italia (Toscana-Marche-Umbria-Lazio): 279
Sud Italia: (Abruzzo-Campania-Basilicata-Puglia-Calabria-Sicilia-Sardegna): 572
Si noti che le sole regioni del Nord, senza il Friuli (non calcolato), senza Trieste ed il Trentino (non ancora facenti parte del Regno d’Italia), avevano nel 1871 un valore aggiunto industriale annuo di 854 milioni di lire, contro gli 853 di tutto il resto d’Italia, ovvero il centro-sud.
“La crescita industriale delle regioni d’Italia dall’Unità alla Grande Guerra: una prima stima per gli anni censuari”
Essa si è poi accentuata, ma non immediatamente dopo l’Unità, anzi ben oltre, a partire da 1876-1881. Scrive infatti Fenoaltea:
“At the provincial level, too, one sees substantial stability between 1871 and 1881: there is no evidence of significant change tied to Unification itself, to the extension of the low Piedmontese tariff to the once protected South, to the early construction of the peninsular trunk railways that supposedly allowed the industry of the North to capture and exploit the markets of the South. Things change after 1881, with (temporally, and one presumes causally) the increase in the rate of industrial growth, the cyclical upswings of the 1880s and of the belle époque.” (p. 9)
Si notino tre punti fondamentali:
1) Il Fenoaltea non pone le cause del minore sviluppo industriale del meridione d’Italia dopo l’Unità nella politica governativa. Il grande Rosario Romeo, citato e discusso nello studio di Fenoaltea, individua la ragione anzitutto nella legge del dualismo economico: se due aree di diverso sviluppo competono fra loro, in assenza d’altri fattori quella più forte crescerà maggiormente di quella più debole. Fenoaltea individuano anche altre cause: la maggiore disponibilità di corsi d’acqua a settentrione, importanti per la produzione di energia nel contesto tecnologico tardo-ottocentesco; la vicinanza geografica delle regioni del nord, specie del triangolo industriale, con le aree fortemente industrializzate dell’Europa transalpina; il ruolo della neonata industria dello zucchero in Emilia ecc.
2) L’accentuazione del divario economico anteriore all’Unità avviene non dopo il 1861, ma dal 1876 o (propone Fenoaltea), dal 1881, durante il governo della Sinistra storica, che era costituita in prevalenza da meridionali e votata soprattutto al sud d’Italia (posso riferire i dati statistici anche di questo e sono incontrovertibili)
3) Non si ha un declino economico del Meridione, ma un minore sviluppo rispetto al Settentrione. Ambedue le aree conoscono anzi una crescita galoppante. L’Italia passa da un valore aggiunto industriale annuo del valore di 1.705 milioni di lire nel 1871 ad una di 4897 nel 1911. In quarant’anni, il PIL industriale risulta triplicato! Inoltre, nessuna regione conosce un declino della produzione industriale, ma tutte crescono, però con ritmi molto diversi da caso a caso e che vedono nel complesso un accentuarsi del divario fra nord e sud. Ad esempio, la Campania passa da un valore aggiunto industriale di 170 milioni annui del 1871 a 408 nel 1911: nel frattempo, però, la Lombardia passa da 285 a 1078.

Perciò, il divario economico fra regioni d’Italia preesisteva al 1861 anche secondo Fenoaltea. Questi afferma che esso si accentuò, ma dopo il 1881 e per ragioni economiche e non politiche. Inoltre, non si ebbe affatto un declino economico del meridione, ma una minore crescita, in un contesto di sviluppo addirittura galoppante. Il Fenoaltea scrive che si ebbe un aumento della produzione industriale dal 1871 al 1911 ed in tutte le regioni, per cui non vi furono nel Mezzogiorno postunitario fenomeni di deindustrializzazione.

Autore: Svetonio


 

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