COMINCIA LA NOSTRA RUBRICA STORICA: CHI E’ DAVVERO L’ASSASSINO NINCO NANCO.

Come detto tempo addietro stiamo cercando di ampliare un po’ questo pungiglioneblog ampliando anche un po’ la visione che fino ad oggi era “ristretta” alla Valle di Suessola e ai soli argomenti di politica e cultura locale.

Abbiamo avuto qualche risposta in tal senso.

Da pochi giorni ne abbiamo ricevuta un’altra che tratta un nostra passione particolare: la storia. 

Ecco cominceranno ad essere pubblicati -sebbene non con una cadenza non fissa- articoli di carattere storico, in particolar modo del risorgimento italiano. 

Abbiamo voluto cominciare nell’illustrare la figura di Ninco Nanco cui l‘amministrazione di Arienzo ha voluto vergognosamente dedicare una strada. Fortunatamente vi sono in Valle di Suessola anche elementi positivi come il comune di Santa Maria a Vico che ha invece dedicato una strada ai Martiri del 1799. 

Invitiamo tutti coloro che vogliono collaborare con noi scrivendo un articolo di storia, non necessariamente originale, possono farlo con l’unico limite di essere competenti in materia e dimostrarcelo.

Questo il primo articolo della nostra rubrica che non poteva non essere pubblicato oggi  in ricordo del 17 Marzo 1861 per ovvie ragioni:

Nicola Summa, meglio noto con lo pseudonimo di Ninco Nanco, proveniva da un ambiente sociale che oggi si direbbe degradato. Sia lo zio paterno, sia lo zio materno erano stati briganti, naturalmente in pieno periodo borbonico. Il primo era stato colpevole fra l’altro d’un assassinio per una questione legata al gioco d’azzardo e d’una aggressione ad un gendarme borbonico. Il secondo era morto bruciato vivo dalla polizia. Il padre di Nicola Summa era un alcolizzato ed una sua sorella una prostituta. Il futuro brigante sin dall’adolescenza si trovò coinvolto in violente risse ed aggressioni, prima di diventare un assassino, ammazzando per vendetta personale un uomo a colpi d’ascia.

Arrestato e condannato dalla magistratura borbonica, riuscì ad evadere nel 1860 quando ancora regnava re Francesco II e si diede alla macchia in compagnia di Carmine Crocco, anch’egli evaso da una prigione delle Due Sicilie. Dopo alcuni mesi di questa vita da bandito, al sopraggiungere di Garibaldi ed alla sollevazione popolare in Basilicata, Ninco Nanco cercò di “rifarsi una verginità”. Aderì così al moto garibaldino e tentò d’entrare nella costituenda Guardia Nazionale, formata dai sostenitori del nuovo regime politico in fieri: questo dimostra al di là di ogni dubbio che egli non era un simpatizzante del re Borbone. Essendo stato riconosciuto per un galeotto, gli fu vietato l’arruolamento. Temendo di essere arrestato, perché evaso dalle carceri e reo di gravi reati anche dopo la sua fuga, Summa ritornò a fare il brigante.

Ninco Nanco pertanto scelse di darsi al brigantaggio sotto re Vittorio Emanuele II, così come era già stato sotto re Francesco II, non per una qualche motivazione ideale, ma semplicemente perché temeva di ritornare in galera a scontare una pena a cui era stato condannato da un tribunale delle Due Sicilie.

L’assenza di ogni causa politica nel suo agire emerge anche dalla sua disponibilità ad arrendersi a patto che gli fosse garantita l’incolumità. Vi furono almeno due tentativi di convincerlo a costituirsi ed in ambedue, per quanto falliti, Summa si era dimostrato più che disposto a consegnarsi, anche se alla fine aveva rinunciato a farlo per diffidenza.

Il primo è il famigerato eccidio della delegazione Palusella. Costantino Palusella era il delegato di pubblica sicurezza d’Avigliano nel 1862 e si era proposto di convincere il capobrigante originario di quella cittadina ad arrendersi. Per il tramite di un manutengolo (un favoreggiatore dei briganti) egli riuscì ad entrare in contatto con il bandito ed ad avere con lui due incontri personali. Summa aveva dichiarato di volersi arrendere, purché gli fosse assicurata la vita su garanzia scritta del prefetto e del comandante delle truppe in Basilicata. Palusella infine si recò a consegnare a Summa il documento stesso, accompagnato dal capitano Luigi Capoduro del 13° fanteria, il sergente Gennaro Manghisi ed i soldati Agostino Serra, Pasquale Di Biase e Pasquale Bissardi, oltre al manutengolo che faceva da guida. Con l’eccezione di Palusella, la delegazione era formata interamente da meridionali. Summa dopo aver accolto amichevolmente il delegato ed i militari li fece uccidere tutti con torture, crocifiggendoli ed evirandoli. Si seppe in seguito che egli era stato spinto a questo massacro, compiuto a tradimento e verso chi si recava a consegnargli un atto pubblico che gli garantiva salva la vita, da un signorotto locale. Questi era ritenuto dalla popolazione essere colui che controllava la banda di Ninco Nanco, che significativamente non aveva mai danneggiato o saccheggiato i suoi beni, ed aveva spinto il capobanda ad eliminare Palusella e gli altri per impedire che Summa si costituisse e facesse il suo nome.

Successivamente, nel settembre 1863, il maggiore De Paoli ed altri ufficiali entrarono in trattative con Crocco e Ninco Nanco e riuscirono a far sì che si recassero sin dentro ad un castello presidiato dai militari per discutere la loro resa. Crocco sfilò per il paese limitrofo tenendo in mano il Tricolore e baciandolo in ginocchio. I capibanda si dichiararono pentiti dei loro atti e ribadirono la loro volontà di consegnarsi. Gli ufficiali, ligi alla parola data, lasciarono che se ne andassero, anche se poi i due criminali, diffidenti, preferirono restare alla macchia, nonostante avessero il desiderio di deporre le armi.

In verità, quest’intenzione era diffusa largamente fra i briganti, anche della banda di Summa. Egli sospettava che otto suoi briganti volessero arrendersi, quel che egli non era disposto a concedere perché paventava d’essere da loro tradito e consegnato alle autorità. Il capobanda fece finta di nulla, poi, dopo che gli otto compagni si furono addormentati, egli con l’aiuto dei pochissimi rimastigli fedeli li scannò tutti.

Sulla morte di Ninco Nanco si è fatto molto rumore per nulla, scrivendo od alludendo ad un qualche misterioso complotto ordito dalle autorità statali per liquidare fisicamente il capobrigante. In realtà, avendo egli commesso molti e gravi reati, Summa poteva essere facilmente processato e condannato a morte, oppure (se proprio esisteva la volontà di ucciderlo) abbattuto durante l’inseguimento od al momento dell’arresto. Al contrario, tutte le fonti attestano che i carabinieri che lo arrestarono lo volevano vivo. La sua uccisione avvenne per mano di un  tale Coviello, che era  un civile che prestava servizio volontario e temporaneo nella Guardia nazionale, che non era parte dell’esercito in senso stretto essendo composta proprio da privati cittadini che si arruolavano volontariamente e si radunavano in caso di necessità. Coviello, naturalmente meridionale (la Guardia nazionale era reclutata sempre su base locale, per forza di cose, dato che i suoi membri entravano in attività solo sporadicamente, all’occorrenza) poteva aver sparato o per vendetta personale, avendo Summa ucciso suo cognato, oppure per impedire che il brigante arrestato facesse i nomi dei suoi complici in libertà. Esistevano difatti forti sospetti su alcuni signorotti locali, che probabilmente avevano appoggiato Ninco Nanco per loro fini di potere nelle rivalità di paese e non volevano essere coinvolti nella sua caduta. L’Arma dei Carabinieri ed il Regio Esercito al contrario volevano Summa vivo, tanto che ambedue lamentarono la sua uccisione ed ordinarono severe inchieste per stabilire la responsabilità dell’accaduto, riconosciuta appunto in Coviello. I militari sapevano che il capobanda avrebbe potuto rivelare loro chi erano i “galantuomini” i quali lo avevano manovrato ed aiutato negli anni della sua latitanza.

Al momento della sua cattura il capobanda portava con sé una buona quantità di denaro e di beni preziosi, con pacchi di monete d’oro ed orologi. Ex briganti della sua banda testimoniarono che la maggioranza del bottino derivante dalla rapine ed estorsioni a cui Summa si dedicava finiva nelle sue tasche e soltanto una piccola parte era ripartito nel resto della banda.

Alla fine, la carriera brigantesca di Ninco Nanco conferma ciò che già gli osservatori coevi avevano individuato nel brigantaggio, ossia una natura puramente criminale. Nicola Summa, nato in una famiglia dedita alla delinquenza, criminale sin dalla giovane età, brigante sotto Francesco II, garibaldino per la speranza d’ottenere la grazia per la condanna emessa dalla magistratura borbonica, ritornò ad essere un brigante dopo l’Unità per evitare la galera ed arricchirsi. Egli sarebbe stato disposto a costituirsi, a patto d’avere debite garanzie, ma le trattative fallirono per l’intervento occulto dei suoi pupari. È praticamente certo difatti che Summa fosse sostenuto e manipolato da alcuni notabili, che si servivano della sua banda quale loro braccio armato, con un rapporto che richiama irresistibilmente quello dei vecchi feudatari con le loro masnade di armigeri, bravacci “stile don Rodrigo”. La stessa morte di Ninco Nanco trova probabilmente spiegazione proprio in questi suoi legami e nella volontà dei suoi vecchi  pupari di mettere a tacere un testimone scomodo ed impedirgli di fare i loro nomi alle autorità.

La fine di questo capobanda fu accolta con soddisfazione palese da molti lucani, il che non stupisce considerando quanti gravi reati aveva commesso contro i suoi conterranei, prime e principali vittime delle sue scorribande.

Cinerarium

Bibliografia:

Bianchi Q., Eziologia di Ninco Nanco, In «Archivio  di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», vol. XXIV, Torino 1903

Bianchi Q., Il brigante Ninco Nanco dal punto di vista storico ed antropologico con ritratto e documenti inediti, Napoli, 1903

Ciconte E., La grande mattanza. Storia della guerra al brigantaggio, Roma-Bari 2018

Crociani P., Un episodio del brigantaggio, in Poliziotti d’Italia tra cronaca e storia prima e dopo l’Unità, a cura di R. Camposano, Quaderno I, Roma 2013, pp. 103-107

Monnier M., Histoire de brigandage dans l’Italie méridionale, Paris 1862

Pani Rossi E., La Basilicata. Libri Tre. Studi politici amministrativi e di economia politica, Verona 1868

Racioppi G., Storia dei moti di Basilicata e delle province contermini nel 1860, Napoli 1867


 

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